Minacce al sindaco Lepore dopo il caso Fakir, la Digos identifica 20 indagati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scia di odio digitalizzato che ha avvolto Matteo Lepore, sindaco di Bologna dal 2021, ha ora un volto e un nome: sono almeno venti le persone iscritte nel registro degli indagati dalla Procura per le minacce online e i messaggi di morte ricevuti dal primo cittadino dopo gli eventi del 20 luglio scorso.

L'indagine, condotta dalla Digos di Bologna, ha permesso di risalire a un gruppo eterogeneo di soggetti, residenti non solo nel capoluogo emiliano ma anche in altre province della regione e fuori, che avrebbero preso di mira i profili social di Lepore con insulti e commenti dal tono intimidatorio, spingendo lo stesso sindaco a richiedere e ottenere un servizio di scorta per sé e per la sua famiglia.

La manifestazione per Abderrahim Fakir e la svolta investigativa

Il caso che ha innescato la spirale di minacce trova origine nella morte di Abderrahim Fakir, l'uomo deceduto al quartiere Pilastro durante un intervento delle forze dell'ordine, circostanza che aveva portato il sindaco a convocare un presidio di piazza per chiedere trasparenza e verità sulla dinamica dei fatti.

Quella manifestazione, tenutasi il 20 luglio, fu seguita da ore di tensione e scontri nel centro cittadino, ma furono le ore successive a trasformare la rabbia collettiva in un mirato attacco personale contro Lepore, il quale si è visto recapitare centinaia di messaggi d'odio sui canali social e via posta elettronica, contenenti minacce esplicite alla sua incolumità e a quella dei suoi cari.

Le indagini della Digos e i profili degli indagati

Gli investigatori hanno lavorato a ritroso sui flussi digitali, incrociando dati e tracce informatiche, fino a identificare con nome e cognome i venti presunti autori di quei commenti, che pur senza conoscersi tra loro hanno contribuito a creare un clima di aggressione verbale sistematica.

L'operazione della polizia ha messo in luce una galassia di utenti che, celandosi dietro l'anonimato dei profili social, hanno oltrepassato il confine della critica politica per scivolare nella minaccia personale, un fenomeno che Lepore aveva già denunciato pubblicamente in una recente intervista, sottolineando come l'odio virtuale sia diventato una variabile costante della vita amministrativa contemporanea.

Il clima di tensione e il dispositivo di sicurezza

Le minacce, che andavano dagli insulti generici a formule intimidatorie ben più gravi, hanno costretto il sindaco a vivere sotto scorta, un dispositivo di sicurezza che rappresenta purtroppo una misura ormai diffusa per gli amministratori locali esposti a un rischio crescente.

Lepore, che da quando siede a palazzo d'Accursio ha sempre cercato di mantenere un dialogo aperto con i cittadini, ha visto trasformarsi quell'apertura in un boomerang, quando la piattaforma virtuale si è fatta cassa di risonanza per messaggi che la Digos ha ricondotto, con un lavoro certosino, a persone comuni, alcune delle quali probabilmente nemmeno coinvolte direttamente nelle proteste di luglio, ma attratte dalla spirale dell'odio collettivo.

Le implicazioni giudiziarie di un fenomeno in crescita

L'iscrizione nel registro degli indagati rappresenta ad oggi la prima risposta formale della magistratura a un fenomeno che Lepore stesso aveva definito come una delle piaghe della politica attuale, e le indagini proseguono per verificare eventuali ulteriori responsabilità, nell'attesa che l'incriminazione dei venti soggetti possa costituire un segnale per arginare l'escalation di violenza verbale che sempre più spesso colpisce chi ricopre ruoli istituzionali.

Il caso di Bologna, per la sua gravità e per la rapidità con cui sono state identificate le persone, potrebbe diventare un precedente significativo nel contrasto a quelle derive che trasformano il dissenso legittimo in un'arma di minaccia, mentre il sindaco continua a svolgere il suo mandato consapevole di quanto sia alto, oggi, il prezzo della visibilità e della responsabilità politica.

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