Minacce al sindaco Lepore, tra gli indagati l'ex patron della Capannina Paolo Pazzaglia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lunga scia di minacce e insulti che ha investito il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, nelle ultime settimane si arricchisce di un nome noto alla cronaca cittadina e non solo: quello dell'imprenditore Paolo Pazzaglia, storico proprietario della discoteca Capannina, finito nel mirino della Procura per le sue invettive social contro il primo cittadino.

"Se non vai via, ti veniamo a prendere e ti cacciamo dentro a un pozzo", è soltanto una delle frasi gridate ai quattro venti in contenuti video pubblicati sul web che hanno fatto scattare l'iscrizione nel registro degli indagati per l'ex playboy, ora al centro di un'inchiesta che mira a fare chiarezza su un clima di odio sempre più tossico.

L'inchiesta della Procura e il ruolo di Pazzaglia

L'imprenditore Paolo Pazzaglia è stato formalmente iscritto nel registro degli indagati nell'ambito di un procedimento che vede complessivamente venti persone accusate di minaccia aggravata dal metodo informatico, un reato che presuppone l'utilizzo dei social network o di altre piattaforme digitali per veicolare messaggi intimidatori.

Sebbene al momento non vi siano conferme ufficiali dalla Procura di Bologna sull'inclusione del suo nome nella lista dei venti indagati, la sua posizione emerge con forza dalle segnalazioni che lo stesso sindaco Matteo Lepore ha consegnato alla Polizia postale, un dossier corposo che raccoglie le minacce ricevute nelle ultime settimane, in particolare dopo gli scontri e la devastazione seguiti alla morte del giovane Abderrahim Fakir.

La battaglia giudiziaria della Capannina

Il nome di Paolo Pazzaglia, per chi conosce la movida bolognese e le sue trasformazioni urbanistiche, è indissolubilmente legato a quello della discoteca Capannina, un locale storico sui colli che per circa mezzo secolo ha fatto ballare intere generazioni di giovani, prima di finire al centro di una lunga e complessa battaglia legale con il Comune di Bologna.

La controversia, durata circa cinquant'anni, riguardava alcuni spazi abusivi contestati alla proprietà e si è conclusa con un epilogo definitivo nel 2020, quando la struttura è stata demolita, chiudendo un capitolo importante della vita notturna della città e lasciando un retrogusto amaro nei confronti dell'amministrazione comunale, un rancore che forse non si è mai sopito del tutto.

La difesa e le reazioni dell'imprenditore

Alla notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati, Paolo Pazzaglia ha reagito con una certa dose di sarcasmo e, al tempo stesso, con la ferma intenzione di demandare ogni eventuale replica ai propri legali, limitandosi a commentare con una battuta il fatto di essere finito nella lista degli "odiatori" del web contro il sindaco Lepore.

"Piagnucoli perché dico cosa penso di te", avrebbe ribadito l'imprenditore, quasi a voler minimizzare la portata giudiziaria di quelle parole che, però, per la Procura hanno un peso specifico ben diverso, configurando gli estremi del reato di minaccia aggravata. La sua posizione, dunque, si inserisce in un quadro più ampio di indagini che stanno cercando di ricostruire il reticolo di messaggi intimidatori, tra cui spiccano anche le frasi "Sei un uomo morto" o "Sappiamo dove vivi", rivolte al primo cittadino in un periodo di particolare tensione sociale per la città.

L'esposto del sindaco e la caccia ai profili reali

Il lavoro di ricognizione portato avanti dal sindaco Matteo Lepore, con il supporto dell'avvocato Tommaso Guerini, è tutt'altro che concluso. L'esposto che verrà depositato all'inizio della prossima settimana punta a dare una ricostruzione unitaria dei commenti e dei messaggi d'odio, e si stima che all'interno del dossier vi siano almeno un centinaio di profili riconducibili a persone reali, in carne ed ossa, potenzialmente imputabili di diffamazione o di minaccia.

La strategia legale del sindaco, dunque, non si limita a un semplice atto dovuto, ma mira a individuare i responsabili dietro lo schermo di un anonimato che, grazie al lavoro della Polizia postale, si sta rivelando sempre meno invalicabile, trasformando le querele in un vero e proprio strumento di contrasto alla deriva violenta dei social network.

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