Blitz della Dda contro il clan Pasimeni-Vitale-Vicientino della sacra corona unita
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Redazione Interno
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L’alba di lunedì ha visto i carabinieri muoversi simultaneamente tra le province di Brindisi, Lecce e Chieti, in un’operazione che ha portato all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di quattordici persone, sospettate di gravissimi reati. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, punta i riflettori sulle attività del clan Pasimeni-Vitale-Vicientino, una diramazione della sacra corona unita che, stando agli investigatori, ha mantenuto una salda presa sul territorio nonostante le ripetute offensive giudiziarie degli anni passati. I reati contestati, che vanno dall’associazione di tipo mafioso al concorso esterno, dalla truffa aggravata allo Stato all’usura, fino alle estorsioni e al traffico di droga, dipingono il quadro di un’organizzazione criminale ancora vitale e ramificata, capace di infiltrarsi in diversi settori dell’economia legale e illegale.
La struttura dell’organizzazione e i suoi traffici
Secondo le accuse formulate dalla procura, il sodalizio criminale, che faceva capo a esponenti già noti alle forze dell’ordine, avrebbe continuato a operare attraverso una struttura articolata, la quale – fatto non trascurabile – riusciva a gestire parte dei propri affari illeciti direttamente dal carcere. Questo modus operandi, che permetteva di mantenere salde le redini del comando nonostante la detenzione di alcuni dei suoi capi, è stato uno degli aspetti su cui gli inquirenti hanno maggiormente indagato, ricostruendo una fitta rete di contatti e di ordini impartiti dall’interno degli istituti di pena. La gestione del traffico di sostanze stupefacenti, attività considerata tra le più lucrative per il gruppo, si intrecciava quindi con una serie di altre illegalità, tra le quali spiccano le estorsioni ai danni degli imprenditori locali e l’usura, pratiche tradizionali della mafia pugliese che servivano a consolidare il controllo sul territorio e a generare profitti da reinvestire.
Il plauso dell’associazione antiracket
L’operazione, che ha portato tredici delle quattordici persone colpite dai provvedimenti in carcere, è stata accolta con soddisfazione dall’Associazione FAI Antiracket di Mesagne, la quale ha espresso “vivo apprezzamento e gratitudine” verso magistratura e forze dell’ordine. Questo riconoscimento, proveniente da un soggetto che quotidianamente sostiene le vittime delle intimidazioni mafiose, sottolinea l’impatto concreto che un’azione repressiva di tale portata può avere sul tessuto sociale ed economico delle zone colpite. La reazione dell’associazione, del resto, non è un mero gesto formale, ma riflette la percezione di un intervento necessario per spezzare un ciclo di illegalità e di paura che spesso condiziona le scelte di chi vive e lavora in quelle aree.
L’esecuzione dei provvedimenti e le contestazioni
I provvedimenti, emessi dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Lecce su richiesta della Dda, sono stati eseguiti dai carabinieri del comando provinciale di Brindisi con il supporto di reparti speciali dell’Arma. Oltre ai già citati capi di imputazione, agli indagati sono contestate anche lesioni personali e il detenzione e porto illegale di armi da fuoco, reati che completano il quadro di una violenza sistematica e strumentale. La varietà delle accuse, che coprono sia la sfera degli affari illeciti sia quella della coercizione fisica e psicologica, dimostra come l’organizzazione avesse costruito un sistema criminale polifunzionale, in grado di adattarsi alle diverse opportunità di guadagno e di reprimere ogni forma di dissenso o di concorrenza sul proprio terreno d’azione.




