Narcotraffico, sequestri e un killer cileno: blitz della Dda sulla cupola romana

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Diciotto misure cautelari eseguite all’alba – sedici delle quali in carcere e due ai domiciliari – hanno decapitato, almeno per il momento, l’ossatura di un sodalizio criminale che i investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia non esitano a definire tra i più aggressivi e strutturati della Capitale. Il provvedimento, firmato dal gip su richiesta della procura capitolina, ha reti attorno a un’accusa che pesa come un macigno: associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, detenzione e porto illegale di armi, riciclaggio, estorsioni e tentati omicidi, condotte quasi sempre aggravate dal metodo mafioso. I carabinieri del Comando provinciale di Roma hanno eseguito il blitz coordinato, mettendo in manette persone legate a doppio filo con il clan dei Senese, una consorteria radicata tra la Capitale e la provincia.

Una pistola alla tempia e il debito da duecentomila euro

Tra i fatti di reato emersi dagli atti d’indagine spicca un sequestro di persona consumato nel 2021, un episodio che restituisce senza fronzoli la ferocia dell’organizzazione. La vittima, il padre di un noto professionista di Sulmona, venne prelevata dal capoluogo peligno e trasportata al confine tra l’Abruzzo e il Lazio, dentro un’abitazione trasformata in prigione. Qui, con una pistola puntata alla testa, l’uomo fu costretto a inviare messaggi al figlio: questi aveva rubato al gruppo duecentomila euro destinati all’acquisto di hashish, e la somma doveva essere restituita. Il ricatto a distanza, orchestrato attraverso la minaccia diretta alla vita del genitore, rappresenta una cifra stilistica che gli inquirenti hanno già ricostruito in altre inchieste romane.

L’ombra lunga del narcotraffico internazionale e il killer proveniente dal Cile

Non solo sequestri, però, perché l’ordinanza cautelare mette nero su bianco anche il ricorso a professionisti della violenza assoldati oltre confine. Tra i diciotto arrestati, gli investigatori hanno individuato il presunto coinvolgimento di un killer ciliano, un elemento che conferma l’internazionalizzazione del sodalizio e la sua disinvoltura nell’attraversare i confini nazionali per reperire manodopera armata. I tentati omicidi contestati – alcuni dei quali sarebbero stati pianificati con cura – si intrecciano con il traffico di stupefacenti e con il riciclaggio dei proventi illeciti, creando quel corto circuito tipico delle realtà criminali che ambiscono a sostituirsi allo Stato nel controllo dei territori.

L’asse Roma-provincia e il metodo mafioso come aggravante ordinaria

Il clan dei Senese, a cui gli arrestati vengono variamente ascritti, ha costruito la sua forza su una rete di complicità e intimidazioni che si estende ben oltre il Raccordo Anulare. I diciotto residenti tra la Capitale e la provincia di Roma sono accusati di aver agito con l’aggravante del metodo mafioso, una circostanza che – come hanno già chiarito altre sentenze – impone di valutare la capacità di intimidazione del gruppo, il cosiddetto “vincolo di omertà” e la forza di condizionamento esercitata su imprenditori e cittadini. La Direzione Distrettuale Antimafia ha coordinato le indagine passo dopo passo, incrociando intercettazioni, riscontri patrimoniali e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, fino a ricostruire un archivio di reati che spaziava dalle estorsioni ai tentativi di eliminare fisicamente gli avversari. I carabinieri, eseguendo le ordinanze, hanno portato alla luce un substrato criminale che, per anni, ha operato con una pericolosa continuità operativa.

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