Arsenale da guerra e piano di agguato, quattro fermi della Dia ad Aprilia per la faida sulle piazze di spaccio
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Redazione Interno
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Non un semplice regolamento di conti tra bande rivali, bensì un vero e proprio piano di guerra pronto a trasformarsi in un’eccidio, con tanto di arsenale bellico occultato tra le mura domestiche. È questa la fotografia, restituita dagli inquirenti al termine di un’operazione condotta nelle prime ore del giorno, che ha portato alla luce il volto più violento della criminalità organizzata nel basso Lazio. Su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Roma, la Direzione Investigativa Antimafia – supportata sul campo dai carabinieri del Reparto Territoriale di Aprilia, da quelli del Comando Provinciale di Latina e dai colleghi del Comando Provinciale di Roma – ha eseguito un provvedimento precautelare di fermo del pubblico ministero. Nel mirino sono finite quattro persone, tutte ritenute a vario titolo affiliate a un sodalizio di stampo mafioso che, da decenni, esercita il proprio dominio su Aprilia e sui comuni limitrofi, un’area storicamente sensibile per il traffico di stupefacenti.
La guerra silenziosa per il controllo della droga
Quel che emerge dagli atti investigativi è uno scenario da conflitto a bassa intensità, dove le piazze di spaccio rappresentano il vero campo di battaglia. Una guerra silenziosa, quella per il predominio sul mercato degli stupefacenti nella zona pontina, che secondo gli investigatori stava per varcare una soglia di non ritorno: quella del regolamento di conti armato. Tra i quattro fermati – e qui risiede la gravità del quadro emerso – figura anche quello che gli inquirenti definiscono il “principale esponente” dell’organizzazione, un uomo per il quale è stato rilevato un concreto e imminente pericolo di fuga. Un elemento, quest’ultimo, che ha probabilmente accelerato i tempi dell’operazione, scattata all’alba per scongiurare la dispersione dei sospettati.
L’arsenale sequestrato e l’agguato sventato
A rendere ancor più inquietante il quadro, già di per sé pesante, c’è l’imponente arsenale da guerra sequestrato nel corso delle perquisizioni. Armi da fuoco di portata bellica, munizionamento pesante ed esplosivi sono stati trovati occultati all’interno di un’abitazione, una sorta di deposito logistico a pochi passi dalle zone di spaccio. Non solo: gli investigatori hanno raccolto elementi che farebbero pensare a un piano di agguato già in fase avanzata, un’imboscata destinata a colpire un gruppo rivale. La faida, insomma, non era più solo una questione di affari illeciti o di mera concorrenza criminale; stava per tradursi in un bagno di sangue che, con ogni probabilità, avrebbe sconvolto l’equilibrio già fragile del territorio.
Le accuse e il metodo mafioso
Ai quattro fermati – i cui ruoli all’interno del sodalizio sono stati ricostruiti attraverso intercettazioni e servizi di osservazione – vengono contestate, a vario titolo, accuse di particolare gravità. Si va dalla detenzione illegale di armi da guerra e di esplosivi alla ricettazione, con l’aggravante di aver agito avvalendosi del metodo mafioso. Un’aggravante, questa, che non è affatto formale: serve a certificare la capacità intimidatoria del gruppo, la forza di intimidazione che deriva dall’appartenenza all’organizzazione e la conseguente condizione di assoggettamento e omertà che tale potere è in grado di generare nella zona. L’operazione della Dia, condotta con il supporto dell’Arma, ha dunque interrotto un percorso che pareva inesorabilmente orientato verso l’escalation armata, restituendo – almeno per il momento – un po’ di respiro a un territorio da troppo tempo stretto nella morsa della criminalità organizzata.




