Roma, colpo alla “cupola” del narcotraffico: sequestri e killer cileno tra le 18 misure cautelari eseguite dai carabinieri
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Redazione Interno
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All’alba, i militari del Comando provinciale di Roma hanno dato esecuzione a un’ordinanza – firmata dal gip su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia – che ha portato all’arresto di 18 persone accusate di fare da traino a un sistema criminale definito dagli inquirenti tra i più aggressivi della Capitale. Sedici dei destinatari del provvedimento sono stati condotti in carcere, mentre per due è stata disposta la detenzione domiciliare; un bilancio, questo, che restituisce la dimensione di un’organizzazione ramificata, capace di spaziare dal traffico internazionale di stupefacenti al riciclaggio, passando per le estorsioni e i tentati omicidi. A rendere il quadro ancor più grave, è la contestazione del cosiddetto “metodo mafioso”, un’aggravante che gli investigatori hanno ritenuto di dover applicare visto il controllo del territorio esercitato con violenza e minacce, nonché per i legami – emersi nel corso delle indagini – tra i vertici del sodalizio e referenti di spicco del clan Senese.
Oltre la droga: la strategia della paura tra sequestri e agguati
Sebbene il traffico di hashish e cocaina rappresentasse la principale voce d’entrata per le casse dell’associazione, l’inchiesta coordinata dalla Dda ha rivelato un nerbo criminale abituato a usare il terrore come moneta corrente. Nel dettaglio, gli atti investigativi hanno ricostruito almeno tre episodi estorsivi di particolare brutalità: il padre di un intermediario, prelevato a Sulmona, fu portato in un’abitazione sperduta al confine tra Abruzzo e Lazio dove, con una pistola puntata alla tempia, venne costretto a inviare messaggi al figlio per recuperare 200mila euro sottratti all’organizzazione. Un’altra vittima, un pusher insolvente, fu invece accompagnata dentro una chiesa – un luogo scelto, forse, per la sua natura schiacciante – e lì picchiata con calci, pugni e il calcio di una semiautomatica, finché non consegnò 35mila euro. A questi si aggiunge la minaccia di morte nei confronti di un intermediario marocchino stanziato in Spagna, al quale fu intimato di restituire i 50mila euro versati come anticipo per un carico di droga mai arrivato in Italia.
La faida di Tuscolano e l’ingaggio del sicario cileno
Le pressioni, come spesso accade in questi contesti, non si sono limitate ai soli debitori interni: la spartizione delle piazze di spaccio ha generato un sanguinoso braccio di ferro con un clan rivale, degenerato in una spirale di violenza culminata nel quartiere Tuscolano. Due agguati, datati 23 novembre e 11 dicembre 2025, videro l’esplosione di numerosi colpi d’arma da fuoco sulla pubblica via, lasciando a terra due membri della fazione avversa e rischiando di coinvolgere passanti inermi. L’escalation, tuttavia, non si è arrestata con l’arrivo del nuovo anno: tra il 14 e il 19 aprile scorso, i carabinieri sono riusciti a sventare almeno cinque ulteriori attentati omicidiari, pronti a essere eseguiti nell’arco di poche ore. Per alzare il livello dello scontro ed evitare di lasciare tracce, i vertici dell’organizzazione hanno deciso di ingaggiare un professionista esterno – un killer cileno – prelevato direttamente dalla Spagna e nascosto, insieme al resto del commando, in una villetta nella periferia di Ciampino.
Il braccio lungo del carcere: condizionamenti a Rebibbia
L’indagine del Nucleo Investigativo, avviata nel maggio del 2025, ha restituito infine un’istantanea inquietante della permeabilità delle mura giudiziarie. Nonostante la detenzione, gli indagati sono riusciti a mantenere saldi i rapporti con figure di altissimo spessore criminale internate nel carcere romano di Rebibbia. Dalle intercettazioni è emerso con chiarezza come il gruppo riuscisse a condizionare le assegnazioni dei detenuti, influenzando i regimi carcerari e arrivando persino a commissionare spedizioni punitive – picchiatori prezzolati – contro chi, all’interno dell’istituto, intralciava i loro affari o si poneva in contrasto con i loro piani.




