Bologna, la Corte dei Conti condanna Estragon e i funzionari del Comune per i contributi ‘opachi’

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La sentenza arrivata dalla Corte dei Conti ha rotto un altro degli argini che, a Bologna, sembravano tenere in equilibrio il delicato rapporto tra l’amministrazione pubblica e il potente universo cooperativo. A finire sotto i riflettori della magistratura contabile è stavolta la cooperativa Estragon – storica realtà della movida e della cultura musicale in città – e il suo presidente, Manuele Roveri (per tutti "Lele"), i quali sono stati condannati a restituire al Comune oltre 66mila euro. Una cifra, questa, che rappresenta il totale dei contributi percepiti indebitamente tra il 2019 e il 2022, ovvero in un arco temporale che ha visto la presentazione di domande di finanziamento per bandi come "Bologna Estate" o il "Progetto Iicc", nonostante la cooperativa non fosse in regola con il pagamento dei tributi locali.

Secondo quanto ricostruito dai giudici contabili, e come riportato nelle carte dell’accusa, la situazione debitoria di Estragon verso palazzo d’Accursio – un ammanco che oscillava tra i 30mila e i 44mila euro per voci quali Tari, Tares e Tarsu – non era certo un dettaglio trascurabile. Eppure, a scatenare la reazione della magistratura sono stati quelli che vengono definiti "intenzionali e maliziosi silenzi": Roveri, si legge nella sentenza, avrebbe dichiarato il falso in sede di partecipazione ai bandi, attestando la regolarità fiscale della coop quando questa, invece, navigava in una morosità "oggettivamente grave" e tutt’altro che transitoria. Dall’altra parte della scrivania, però, a fare gli straordinari non è stata solo la cooperativa; la Corte dei Conti ha infatti ravvisato una "colpa grave" anche in capo a due dirigenti comunali: l’ex direttore del Settore Cultura, Osvaldo Panaro (a cui è stato imposto un risarcimento di 11mila euro), e la sua successora Giorgia Boldrini, per la quale la multa sale a 22mila euro. La loro negligenza, secondo l’accusa, ha tolto ogni filtro a un sistema che avrebbe invece dovuto escludere a priori chi fosse in debito con le casse pubbliche.

Il "sistema Bologna" e le relazioni pericolose tra coop e giunta Lepore

Non si tratta, tuttavia, di un semplice caso di mancato controllo o di una svista burocratica. L’inchiesta solleva il velo su quella che, nei fatti, viene considerata una fitta rete di relazioni organiche tra il mondo delle cooperative (storicamente legato al Partito Democratico) e la giunta guidata da Matteo Lepore. Un sistema, quello bolognese, difficile da smantellare proprio perché alimentato da un sodalizio che affonda le sue radici in decenni di amministrazione di sinistra, trasformando quella che dovrebbe essere una semplice sinergia in un meccanismo di scambio spesso opaco. A rendere il caso ancora più imbarazzante per l’amministrazione è il ruolo pubblico ricoperto da Lele Roveri, che non è solo il presidente di Estragon, ma anche il responsabile storico dell’organizzazione della Festa dell’Unità, la kermesse simbolo del Pd bolognese che si svolge nel Parco Nord, dove appunto ha sede la cooperativa.

La politica, ovviamente, non è rimasta a guardare. L’esposto che ha innescato l’intera vicenda è partito da Fratelli d’Italia - con i consiglieri Francesco Sassone e Manuela Zuntini - e ha trovato terreno fertile anche nelle fila della Lega, dove il capogruppo Matteo Di Benedetto ha chiesto provvedimenti specifici nei confronti dei dirigenti condannati, sottolineando come per Panaro fosse stato addirittura predisposto un atto di giunta ad hoc per permettergli di restare in servizio oltre i limiti d’età. Dall’altra parte, il sindaco Lepore ha tentato di blindare i suoi funzionari, ribadendo che essi godono della "massima fiducia" dell’amministrazione, anche se ha preferito non commentare il merito della sentenza limitandosi a dichiarare di avere "grande rispetto" per le decisioni della magistratura.

La difesa della coop: "Covid e buona fede, faremo ricorso"

La replica della cooperativa Estragon non si è fatta attendere, e come prevedibile è arrivata l’intenzione di impugnare la sentenza. La strategia difensiva, illustrata in una nota ufficiale, punta tutto sull’eccezionalità del contesto storico: la pandemia. Secondo la ricostruzione della coop, le domande di finanziamento contestate coprono il triennio 2019-2022, un lasso di tempo in cui, a causa dei lockdown, "l’intera filiera dell’intrattenimento era paralizzata" e soci e dipendenti erano in cassa integrazione. In quella fase di "straordinaria difficoltà" – proseguono i legali - maturò l’impossibilità di saldare integralmente alcune posizioni debitorie, sebbene le scelte operate fossero finalizzate unicamente a preservare i livelli occupazionali.

Roveri, quindi, rivendica la "buona fede" dell’operato, sostenendo che le eventuali imprecisioni documentali vadano ricondotte al caos normativo dell’emergenza sanitaria, senza che ci fosse l’intenzione di trarre in inganno l’amministrazione. Un argomento, questo, che la cooperativa rafforza rimarcando come tutti i fondi ricevuti siano stati comunque destinati a eventi gratuiti per la cittadinanza e regolarmente rendicontati. Una tesi, quella della "compensazione in buona fede", che i magistrati contabili hanno però già brutalmente smontato nella sentenza, chiarendo un concetto cardine: non era consentito alla cooperativa utilizzare i contributi pubblici per ripianare i propri debiti fiscali pregressi, essendo quella una condizione di ammissibilità ex ante, non un saldo contabile da regolare a posteriori.

Nuovi esposti e il futuro dei fondi pubblici a Bologna

Se Estragon prepara il ricorso sperando in una "disomogeneità di trattamento" rispetto ad altri casi giudiziari simili (come quello citato del Link), l’opposizione politica non molla la presa. Fratelli d’Italia ha già annunciato un nuovo esposto alla Corte dei Conti, chiedendo di allargare il perimetro dell’indagine ai contributi ricevuti dalla cooperativa dal 2022 in avanti, quando Estragon ha ottenuto l’assegnazione degli spazi della Tettoia Nervi in piazza Lucio Dalla. In ballo, per quegli anni, ci sarebbero cifre ben più alte: si parla di 329mila euro per il 2022, quasi 300mila per il 2023 e cifre analoghe per gli anni successivi, per un totale che sfiorerebbe il milione e mezzo di euro in questo solo mandato amministrativo. Una mole di risorse che, secondo le opposizioni, dimostrerebbe l’esistenza di un "sistema consolidato" di assegnazione di risorse pubbliche, dove la rendicontazione formale conta più della sostanza dei requisiti.

Il sindaco Lepore, dal canto suo, ha cercato di spostare l’attenzione sulla presunta "judicializzazione" della politica da parte del centrodestra, dichiarando che la sua amministrazione continuerà a lavorare senza farsi condizionare dalle sentenze o dagli esposti. Tuttavia, la condanna dei suoi dirigenti per aver omesso i controlli lascia un’ombra lunga sulla macchina amministrativa della città. La vicenda Estragon, insomma, non è semplicemente la storia di una coop che doveva dei soldi e li ha chiesti lo stesso; è piuttosto la radiografia di un meccanismo di fiducia reciproca – quella tra amministratori pubblici e gestori privati della cultura rossa – che ha finito per bypassare le norme più elementari del diritto amministrativo, costringendo ora la Corte dei Conti a fare da parafulmine.

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