Israele intensifica l’offensiva su Gaza City, sospese le pause umanitarie

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’esercito israeliano ha dichiarato Gaza City «zona di combattimento pericolosa», un atto formale che, di fatto, sancisce la cancellazione di qualsiasi tregua, sia essa tattica o umanitaria, e impone a oltre un milione di persone di abbandonare la metropoli ormai ridotta a un cumulo di macerie. L’annuncio, che giunge dopo ventidue mesi di conflitto ininterrotto, rappresenta l’ultimo, drasticamente definitivo, passo di un’escalation che non accenna ad arrestarsi, nonostante i reiterati appelli della diplomazia internazionale.

L’operazione militare, che il portavoce dell’Idf Avichay Adraee ha definito come l’inizio delle «prime fasi dell’attacco», si preannuncia come la più massiccia di sempre, con un dispiegamento di forze che si stima possa raggiungere i centocinquantamila uomini. A conferma della nuova, intransigente, postura, sono state immediatamente interrotte le pause giornaliere nei combattimenti – quelle che, dall’inizio di luglio e per poche ore al giorno, avevano teoricamente dovuto agevolare l’ingresso degli aiuti – rivelatesi, in realtà, poco più di una farsa rispetto alle esigenze di una popolazione stremata.

La direttiva implica un’ulteriore, forzata, migrazione interna verso le aree meridionali della Striscia o verso gli accampamenti di fortuna allestiti lungo la costa, un esodo che i palestinesi, ormai sfiduciati, vivono come l’ennesima deportazione. Intanto, sullo sfondo di una crisi umanitaria che si aggrava di ora in ora, giunge la notizia della morte di due ostaggi, un episodio che contribuisce ad accrescere la tensione in un contesto già di per sé saturo di violenza.

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