“Guardate cosa succederà oggi a questi folli criminali”, l’ultima minaccia di Trump all’Iran mentre la guerra si avvicina alle due settimane
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Redazione Esteri
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Sembra non voler concedere tregua, Donald Trump, alla Repubblica Islamica dell’Iran, e lo fa con il suo stile inconfondibile, diretto e tagliente, attraverso i canali che predilige. In un post pubblicato nelle scorse ore sul suo social, Truth Social, il presidente americano ha lanciato un messaggio inequivocabile, quasi un avvertimento in tempo reale, scrivendo testualmente: “Guardate cosa succederà oggi a questi folli criminali”. Una frase, questa, che arriva mentre il conflitto aperto da Stati Uniti e Israele contro Teheran si avvia a superare il traguardo delle due settimane, con un bilancio che, secondo le stime, parla di oltre 1.300 vittime in Iran dal 28 febbraio, cifra alla quale si aggiungono centinaia di morti in Libano e in Iraq, dove nelle ultime ore ha perso la vita anche un militare francese a Erbil. La retorica del presidente, che ama sottolineare come il 2026 sia il suo anno, il 47esimo della sua presidenza, si intreccia con i numeri: “Hanno ucciso persone innocenti in tutto il mondo per 47 anni”, ha scritto riferendosi alla leadership iraniana, “e ora io, come 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America, li sto uccidendo. Che grande onore”.
L’amministrazione americana dipinge uno scenario di vittoria totale, quasi un’operazione di polizia internazionale più che una guerra. “Stiamo distruggendo completamente il regime terroristico dell’Iran dal punto di vista militare, economico e sotto ogni altro aspetto”, ha proseguito Trump nel suo sfogo social, sostenendo che la marina iraniana sia stata spazzata via, l’aeronautica resa inoperativa e i sistemi di difesa aerea completamente smantellati. Un quadro, quello tratteggiato dalla Casa Bianca, che vede le forze statunitensi muoversi con libertà operativa assoluta nel cielo e nelle acque iraniane, senza più incontrare una resistenza organizzata su larga scala. Eppure, nonostante queste dichiarazioni di forza, la tensione non accenna a diminuire, anzi, si concentra come un vortice sullo Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato per il trasporto del greggio che il presidente, con una punta di sfida, ha definito “in ottima forma” e al sicuro. Una sicurezza, quest’ultima, tutt’altro scontata, visto che i pasdaran continuano a minacciare azioni di disturbo e che fonti intelligence parlano di piccole imbarcazioni intente a posare mine nelle acque dello stretto, complicando non poco i piani della marina americana.
Il mistero della nuova Guida e la linea dura del regime
Mentre Trump parla di vittoria imminente e di obiettivi militari centrati, dall’interno della Repubblica Islamica filtra una realtà frammentaria e confusa, segnata soprattutto dall’incognita legata alla nuova Guida Suprema. Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah Ali Khamenei, ucciso nei primi raid statunitensi, non si è ancora mostrato in pubblico dalla sua nomina, alimentando un alone di mistero che gli analisti faticano a dissipare. Le voci sul suo conto sono contrastanti: c’è chi sostiene sia rimasto gravemente ferito nello stesso attacco in cui ha perso la vita il padre, chi parla di ferite meno serie, ma la realtà è che il regime, per ora, è costretto a comunicare attraverso messaggi audio o dichiarazioni lette da speaker alla televisione di stato. In uno di questi primi interventi, il nuovo leader ha mostrato una linea di inaspettata durezza, promettendo vendetta per il sangue dei martiri e invitando gli stati del Golfo a chiudere immediatamente le basi militari statunitensi presenti sui loro territori, pena il loro continuo coinvolgimento come bersaglio degli attacchi. Una posizione, questa, che sembra andare nella direzione opposta rispetto a qualsiasi ipotesi di de-escalation, confermando anzi la volontà di proseguire la lotta su più fronti, nonostante le perdite subite. Ali Larijani, figura di spicco del regime e già alla guida del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ha raccolto il testimone delle minacce, rivolgendosi direttamente a Trump sui social con un avvertimento che lascia poco spazio all’immaginazione: “Chi è più grande di voi non è riuscito a eliminare l’Iran, quindi fate attenzione a non essere eliminati voi”.
Hormuz, il petrolio e le contraddizioni di una vittoria annunciata
Il nodo dello Stretto di Hormuz rimane, in questa fase, il più spinoso e ricco di implicazioni globali. Il blocco di fatto imposto dall’Iran, che rivendica il controllo delle acque e la capacità di colpire qualsiasi nave mercantile tenti di attraversarlo, ha fatto schizzare il prezzo del petrolio ben oltre la soglia psicologica dei cento dollari al barile, creando il più grande shock nell’approvvigionamento energetico degli ultimi decenni. Circa mille navi, si stima, sarebbero attualmente bloccate o in attesa, in una crisi che ricorda per certi versi le cosiddette “tanker wars” degli anni Ottanta, ma con implicazioni economiche forse ancora più vaste. La risposta di Trump a questo scenario è duplice e, a tratti, apparentemente contraddittoria. Da un lato, esorta gli armatori a mostrare coraggio, a sfidare il blocco e ad attraversare lo stretto, forte della convinzione che la minaccia iraniana sia stata neutralizzata; dall’altro, non nasconde che un aumento del prezzo del greggio, in fondo, non dispiaccia a un’America diventata il primo produttore mondiale di petrolio. “Quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi”, ha scritto, salvo poi precisare che l’obiettivo prioritario, quello per cui vale la pena combattere, rimane un altro: impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. Una priorità, questa, ribadita più volte e che giustifica, agli occhi dell’amministrazione, la continuazione di una campagna militare che, nonostante le proclamazioni di vittoria, sembra lungi dall’essere conclusa.
Le ripercussioni regionali e il prezzo umano del conflitto
Il conflitto, lungi dal rimanere confinato entro i confini iraniani, si sta allargando a macchia d’olio in tutta la regione mediorientale, coinvolgendo alleati e fronti secondari. In Iraq, la base di Erbil è stata nuovamente presa di mira, con un attacco che è costato la vita a un soldato francese e che ha provocato feriti tra i militari della coalizione. In Libano, gli scambi di colpi tra Israele e Hezbollah si sono intensificati, con raid israeliani che hanno colpito anche il cuore di Beirut e che hanno causato, secondo le stime, oltre 570 vittime dall’inizio delle ostilità. Il bilancio complessivo, in continua evoluzione, parla di migliaia di morti, tra cui centinaia di donne e bambini, e di un numero di sfollati che, solo in Iran, potrebbe aver già superato i tre milioni di persone, secondo le agenzie delle Nazioni Unite. Numeri, questi, che restituiscono la dimensione di una crisi umanitaria in piena espansione, mentre i leader politici continuano a parlare di vittoria e di resistenza. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dal canto suo, spinge per non fermarsi, avvertendo che “il lavoro non è finito” e che l’obiettivo rimane quello di spezzare il giogo della tirannia, contando su un popolo iraniano che, nelle sue speranze, potrebbe contribuire al cambiamento dall’interno.




