Il lato oscuro della Luna e il timore degli ufologi: «Così gli astronauti dell’Artemis II rischiano di portare alieni sulla Terra»

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Il ritorno dell’equipaggio dell’Artemis II, avvenuto con l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico alle 2:07 di sabato 11 aprile (ora italiana), ha segnato non solo un trionfo tecnologico senza precedenti – quattro esseri umani hanno infatti viaggiato più lontano di chiunque altro nella storia, orbitando attorno al lato nascosto della Luna per la prima volta in cinquant’anni – ma ha anche riacceso, come spesso accade in queste occasioni, le inquietudini di una certa frangia di esperti di fenomeni anomali. Costoro, da anni sostenitori della teoria secondo cui il lato oscuro del nostro satellite potrebbe ospitare qualcosa di più di semplice roccia e crateri, guardano ora con apprensione al rientro dei quattro astronauti (Victor Glover, Reid Wiseman, Christina Koch e Jeremy Hansen), temendo che la capsula Orion possa aver fatto da involontario “taxi” per forme di vita extraterresti.

Un allarme che arriva dal passato

A innescare il dibattito, alimentato da alcuni divulgatori del settore, non è tanto un fatto nuovo quanto la persistenza di una narrazione classica dell’ufologia: quella secondo cui le agenzie spaziali abbiano sempre saputo dell’esistenza di strutture o presenze aliene proprio nella regione lunare che non volge mai il suo volto verso la Terra. Se da un lato la NASA, nelle parole del suo amministratore Jared Isaacman, ha più volte ribadito che indagare l’esistenza di vita extraterrestre «va al cuore di molte delle cose che facciamo»-1, dall’altro l’ente ha sempre smentito categoricamente il ritrovamento di manufatti o esseri viventi fuori dal nostro pianeta. Tuttavia, il volo dell’Artemis II – che ha infranto il vecchio record di distanza dalla Terra stabilito dall’Apollo 13, portando gli esseri umani a oltre 250.000 miglia di distanza – ha forse fornito, secondo questi critici, l’occasione concreta per un “contatto” rimasto finora nascosto.

La paura, per quanto evocata in termini ipotetici dai commentatori del settore, si basa su un ragionamento logico: se forme di vita microbiche o, in uno scenario più fantasioso, tecnologicamente avanzate esistessero in quelle regioni in ombra perpetua o sotto la superficie lunare, il contatto con gli astronauti (e il successivo rientro sulla Terra) potrebbe rappresentare un rischio biologico. È lo stesso principio di “protezione planetaria” che la NASA ha sempre applicato per evitare di contaminare altri mondi con batteri terrestri, ma stavolta al contrario.

Il grande punto di domanda dei lander

Mentre gli ufologi dibattono, la macchina operativa della NASA procede spedita verso i prossimi step, sebbene con qualche incognita di natura più concreta rispetto agli alieni. L’Artemis III, inizialmente pensata per un allunggio già nel prossimo anno, ha subito una significativa rimodulazione del proprio programma: non toccherà il suolo lunare, ma si limiterà a testare in orbita terrestre le procedure di attracco tra la capsula Orion e i lander costruiti dalle due società private, SpaceX e Blue Origin. Il vero banco di prova, insomma, non è tanto il “se” si tornerà sulla Luna, quanto il “quando” e con quale mezzo, considerando che entrambi i giganti dell’aerospazio, Elon Musk e Jeff Bezos, sono in una vera e propria corsa contro il tempo per aggiudicarsi il primato del primo allunggio del nuovo millennio.

Per l’equipaggio appena rientrato, invece, l’esperienza ha assunto i contorni di una rivelazione quasi mistica, come emerso dalla conferenza stampa tenuta a Houston. Christina Koch, descrivendo la Terra vista dal vuoto cosmico, l’ha definita «una scialuppa di salvataggio che pende indisturbata nell’universo». Un’immagine potente che, se da un lato celebra la fragilità del nostro ecosistema, dall’altro fa da contraltare all’immensità oscura che i complottisti continuano a guardare con sospetto.

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