Nordio e la riforma della giustizia: dal cambiamento di idea alla riforma costituzionale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La riforma della giustizia, con la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, continua a dividere. Ma per il ministro Carlo Nordio, che oggi la difende come una necessità "voluta dai cittadini", non è sempre stato così. Nel 1994, infatti, si oppose alla misura, salvo cambiare posizione l’anno successivo dopo un episodio – da lui stesso raccontato in un’intervista al Tg1 – che lo portò a riconsiderare il ruolo dei pubblici ministeri.

Quella dei pm, del resto, è una funzione delicata: sono loro, spesso, a decidere se e quando aprire un’indagine, influenzando in modo irreversibile le vite di indagati, vittime e imputati. Un potere che, se esercitato senza sufficienti contrappesi, rischia di travalicare i confini della garanzia. Ed è proprio su questo punto che si innesta la riforma approvata martedì 22 luglio al Senato, primo passo verso una modifica costituzionale che potrebbe concludersi, dopo ulteriori passaggi parlamentari, con un referendum confermativo già ipotizzato per la prossima primavera.

Ma oltre alla questione tecnica, c’è un aspetto più ampio: l’approvazione della riforma segna un’inversione di tendenza nel rapporto tra governo e Costituzione. Se Pietro Calamandrei sosteneva che "quando si scrive la Costituzione i banchi del governo devono restare vuoti", oggi è l’esecutivo a guidare la riscrittura delle norme fondamentali. Un cambiamento che, secondo alcuni critici, mina il carattere rigido della Carta, consegnandola alla disponibilità della maggioranza di turno.

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