Turisti italiani bloccati alle Maldive per la guerra in Medio Oriente, il racconto di chi è rientrato e di chi è ancora in attesa: "Mille euro a testa per il charter, ma con i bambini tra i missili chi li prende?"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Tornati dalle Maldive dopo una settimana di ansia e incertezza, in tanti hanno finalmente potuto riabbracciare i propri cari, ma l’amarezza per quei giorni trascorsi nell’angolo più remoto dell’Oceano Indiano – trasformato suo malgrado in una trappola dorata – rimane. Gabriele, bolognese, una volta atterrato a Roma con la sua famiglia, non ha nascosto la stanchezza e un certo senso di privilegio misto a frustrazione: il volo charter che li ha riportati in Italia, organizzato per far fronte all’emergenza seguita ai bombardamenti Usa sull’Iran e alla conseguente chiusura dello spazio aereo in Medio Oriente, era infatti stracolmo. “Il volo è stato riempito completamente anche con gli altri”, ha spiegato, riferendosi ai numerosi connazionali incontrati nello scalo di Malé, e sottolineando come il costo pro capite per assicurarsi un posto sia stato di circa 1.000 euro.

Una cifra non certo irrisoria, che in molti hanno dovuto sborsare di tasca propria dopo che le principali compagnie aeree, come lamentato dallo stesso Gabriele nei giorni precedenti, “non davano assistenza”. E se per alcuni il rientro è stato solo questione di tempo e denaro, per altri l’incubo continua o è appena terminato con strascichi di tensione. Luca e Cristiana, una coppia di quarantenni di Pesaro, lui impiegato e lei commerciante, avevano scelto le Maldive per una settimana di sogno, tra mare da cartolina e relax. Il 28 febbraio, però, la data fissata per il ritorno a casa ha coinciso con l’escalation del conflitto, trasformando la vacanza in un’odissea di stress e ore perse negli aeroporti.

L’accampamento dei dimenticati all’aeroporto di Malé e le difficoltà per chi ha bambini piccoli

Nell’aeroporto internazionale Velana di Malé, la capitale dell’arcipelago, l’aria è diventata irrespirabile ben prima del caldo equatoriale. Gli stranded tourists, i turisti abbandonati, si sono organizzati in un accampamento di fortuna: corpi sdraiati sulle piastrelle fredde, file interminabili davanti ai banchi del check-in e un viavai di valigie inframezzato da ciabatte infradito. “Abbiamo passato qui la notte scorsa. E anche quella prima”, raccontano alcuni viaggiatori. “I voli sono stati annullati nel cuore della notte, senza alcun preavviso”. La traduzione letterale di stranded lascia poco spazio all’immaginazione: significa essere lasciati indietro senza intenzione di essere rimossi, abbandonati. Al di fuori delle recinzioni patinate dei resort, la vita sull’isola non offre molte distrazioni e l’attesa diventa un peso psicologico difficile da sopportare. C’è chi, come Monica Verri, insegnante di Modena, si ritiene comunque fortunata perché gode buona salute, ma non può fare a meno di pensare a chi, lì accanto, ha finito l’insulina o altri farmaci salvavita senza sapere quando potrà riaverli.

In questo clima di sospensione, le testimonianze si fanno sempre più preoccupate. “Voi prendereste un volo da 1.000 euro con i bambini piccoli, sapendo di dover sorvolare aree dove cadono i missili?”, si chiedono alcuni genitori, costretti a fare i conti non solo con la spesa extra, ma con il timore per l’incolumità dei propri figli. Giuseppe Laurito, dirigente infermieristico, e Teresa Itri, biologa, sono bloccati con i loro due bambini, Michelangelo di 7 anni e Nicola di 3. Sistemati in un albergo vicino all’aeroporto di Hulhumalé – con una spesa di 160 euro a notte per una camera doppia, pasti esclusi e prezzi proibitivi per i generi di prima necessità, come un semplice pacchetto di patatine arrivato a costare 18 dollari – cercano di mantenere una parvenza di normalità. Il piccolo Michelangelo, ogni giorno, svolge diligentemente i compiti per non rimanere indietro con la scuola, scrivendo sul quaderno la sua verità: “Alla fine siamo in albergo a Malé e non sono ancora tornato in Italia, purtroppo”. Il bambino desidera rivedere i compagni di classe, mentre il fratellino più piccolo, nonostante le precauzioni, ha iniziato a stare poco bene. La famiglia ha chiesto alla Farnesina, con cui è in contatto, di poter rimpatriare almeno la madre con i bambini, ma al momento non è giunta risposta.

L’intervento del console e le difficoltà di comunicazione con le autorità italiane

Non tutti, però, hanno potuto contare sullo stesso sostegno. In molti, come ha raccontato Gabriele al suo rientro, hanno dovuto ringraziare il console e i ragazzi più giovani che si sono prodigati per fornire assistenza, ma la sensazione di abbandono è stata forte. C’è chi, come Giuseppe Piras, parrucchiere di Napoli, ha passato la notte in aeroporto e lamenta il silenzio delle istituzioni: “Non abbiamo avuto alcun contatto con la Farnesina”, ha dichiarato. “L’unico riferimento sono le agenzie di viaggio con cui abbiamo prenotato. Ma molte persone hanno organizzato tutto da sole, tramite piattaforme come Booking, e non hanno alcun punto di riferimento”. Per questi ultimi, la situazione è ancora più complessa: devono sostenere personalmente le spese di nuove sistemazioni e, se non possono permettersele, restano accampati in aeroporto. C’è una coppia con un bambino di 10 anni bloccata lì dal 28 febbraio. “Sono partiti senza agenzia, sono soli. Se non fosse per le informazioni che condividiamo con loro, non saprebbero nulla”, spiega Piras. L’unica forma di sostegno, per ora, arriva dal personale locale dell’aeroporto che distribuisce buoni pasto.

Nel frattempo, mentre i turisti cercano di districarsi tra voli cancellati e costi aggiuntivi, alcuni hanno trovato soluzioni alternative. La famiglia Allione di Sanremo è riuscita finalmente a rientrare ieri, dopo essere atterrata a Roma e aver proseguito in treno fino a Milano e poi verso la Liguria. Per loro l’odissea è finita, ma la preoccupazione per chi è ancora in attesa rimane alta. L’unica certezza, per ora, è che lo Stato, attraverso il ministro degli Esteri Tajani, sta lavorando per facilitare le partenze, ma i tempi e i modi restano incerti. E mentre l’Italia conta circa 3.000 connazionali dispersi tra gli atolli, di cui una cinquantina solo dalla provincia di Bologna, la domanda che tutti si pongono è quando potranno davvero considerare conclusa questa vacanza trasformata in incubo.

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