Il lungo viaggio di ritorno dall‘Oriente e l’odissea dei turisti bloccati alle Maldive

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il rientro in patria per centinaia di connazionali, sorpresi dall‘escalation del conflitto in Medio Oriente lontano dalle rotte tradizionali del rimpatrio, si è trasformato in un’attesa estenuante, consumata tra spiagge da cartolina e l’angoscia di non sapere quando si potrà riabbracciare la propria famiglia. Mentre la macchina diplomatica, guidata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, dava notizia di una situazione in miglioramento in gran parte dell’area del Golfo, con migliaia di italiani già fatti rientrare grazie a voli di linea e charter facilitati dalla Farnesina, l’attenzione si è spostata su un paradiso turistico trasformatosi in un'enclave per viaggiatori in attesa: l'arcipelago delle Maldive. “L’unico punto ancora critico”, lo ha definito lo stesso Tajani in un punto stampa alla Farnesina, riferendosi proprio alla capitale Malé, dove la capienza dei voli commerciali, seppur gradualmente ripresa, non è sufficiente a smaltire la mole di turisti desiderosi di lasciare l’isola.

Dietro i numeri diffusi dall’Unità di Crisi, che parlano di migliaia di chiamate gestite e di una task force dedicata, si celano storie di viaggiatori lasciati nell’incertezza più totale. Molti di loro, come chi aveva prenotato un biglietto con mesi di anticipo, si sono visti cancellare il volo di ritorno senza che le compagnie aeree, in particolare quelle del Golfo i cui hub sono al centro della crisi, offrissero valide alternative o rimborsi immediati, lasciando di fatto i passeggeri in balìa degli eventi. La comunicazione, spesso arrivata via mail a poche ore dalla partenza, ha gettato nello sconforto famiglie intere, costrette ora a fare i conti non solo con lo smarrimento, ma anche con il peso insostenibile di costi extra per prolungare il soggiorno e per l’acquisto di nuovi biglietti, il cui prezzo, complice l’emergenza, è lievitato vertiginosamente.

La risposta istituzionale, concretizzatasi con il rafforzamento del personale diplomatico a Malé e l’invio di funzionari e carabinieri, ha tentato di portare un po' di ordine in quello che, per molti, è apparso fin da subito come un copione già visto. Il console onorario Giorgia Marazzi, in costante contatto con la Farnesina, ha dovuto coordinare gli sforzi per assistere centinaia di italiani sparsi non solo nella capitale, ma anche nei vari resort disseminati sugli atolli, alcuni dei quali in possesso di farmaci salvavita fatti recapitare direttamente dall’ambasciata di Colombo. Eppure, nonostante l’attivazione del cosiddetto “Meccanismo europeo di protezione civile” e l’organizzazione di voli dedicati per le categorie più fragili, la sensazione di abbandono tra i turisti bloccati è rimasta palpabile.

La doppia velocità dei rimpatri e il peso delle spese vive

Ciò che ha alimentato il malcontento tra i connazionali in attesa alle Maldive è stata la percezione di una disparità di trattamento rispetto agli italiani bloccati in altri paesi, come Emirati Arabi Uniti o Oman, da dove i voli di rimpatrio sono partiti con maggiore frequenza e rapidità. Là dove il governo locale o le stesse compagnie aeree si sono fatte carico di parte dei disagi, coprendo talvolta le spese di soggiorno forzato, sull’arcipelago dell’Oceano Indiano la musica è stata ben diversa. Molti turisti hanno raccontato di essere stati costretti a pagare di tasca propria non solo le notti in hotel non previste, ma anche i nuovi voli, con tariffe che potevano superare i mille euro a persona, una somma che andava ad aggiungersi al danno di un viaggio già ampiamente pagato e mai completamente usufruito.

La soluzione proposta in loco da alcuni rappresentanti dell’Unità di Crisi, vale a dire l’acquisto di posti su charter organizzati per far fronte all’emergenza, è stata vissuta da molti come un ulteriore affronto, più che come un’ancora di salvezza. Ci si chiedeva, infatti, per quale motivo si dovesse esborsare una somma così ingente per un servizio sostitutivo, quando il biglietto originale, acquistato magari un anno prima, era già stato saldato e la compagnia aerea non aveva fornito ripianificazioni certe. In questo clima di incertezza, non sono mancati i tentativi di escogitare rotte alternative, come l’ipotesi di raggiungere l’India via terra o con voli interni per poi cercare un collegamento verso l’Europa che evitasse gli scali caldi del Golfo, un’opzione resa però complessa dalle normative sui visti d’ingresso nel subcontinente.

L’intervento della Farnesina e la graduale normalizzazione

Con il passare dei giorni, e con le dichiarazioni del ministro Tajani che annunciavano il rafforzamento dell’organizzazione a Malé e l’arrivo di nuovi funzionari, la macchina dei rimpatri ha cominciato a ingranare anche alle Maldive. L’invio di personale aggiuntivo, incluso l’ambasciatore, aveva l’obiettivo di potenziare la capacità di smistamento e assistenza in loco, cercando di dare risposte più tempestive alle centinaia di richieste che giungevano da connazionali in difficoltà. Parallelamente, si moltiplicavano gli sforzi per garantire posti sui pochi voli di linea disponibili e per organizzare ulteriori charter che potessero riportare a casa, in tempi ragionevoli, chiunque ne facesse richiesta.

Il lavoro dell’Unità di Crisi, messa a dura prova da un afflusso di chiamate senza precedenti, ha dovuto fare i conti con una situazione in continua evoluzione, cercando di dipanare una matassa fatta di spazi aerei chiusi, voli cancellati e compagnie in difficoltà operativa. La lentezza con cui si è normalizzata la situazione nell’arcipelago, rispetto ad altre aree del conflitto, è dipesa in larga parte dalla sua posizione geografica e dalla dipendenza da hub di transito come quelli di Dubai e Doha, rimasti a lungo paralizzati o operativi a singhiozzo. E mentre il ministro degli Esteri ribadiva che l’Italia non era in guerra con nessuno, ma stava semplicemente lavorando per garantire la sicurezza e il rientro dei propri cittadini, l’odissea di molti di loro stava lentamente volgendo al termine, lasciando però sul campo l’amaro in bocca per un viaggio da sogno trasformato in un incubo burocratico ed economico.

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