La maschera di sale e l’auto sulla folla: per El Koudri la Procura chiede la perizia psichiatrica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’avvocato Fausto Gianelli lo descrive come una sorta di “maschera di sale”, un uomo che – seduto davanti a lui nel carcere di Modena – sembra assistere alla propria esistenza da dietro un vetro opaco, muovendo la testa per negare o acconsentire senza però riuscire a fornire alcuna spiegazione logica a ciò che è accaduto quel sabato di maggio in via Emilia.

Il legale, che assiste Salim El Koudri, il trentunenne finito in manette per strage e lesioni aggravate dopo aver falciato sette pedoni (un'ottava persona, secondo alcune ricostruzioni iniziali, era stata presa di mira con un coltello durante la fuga), ha riassunto così lo stato d’animo di chi, pur non rimuovendo l’accaduto, non sa proprio dare un perché alla propria follia.

“Se gli chiedo se è stato per odio, per rabbia o per la mancanza di un lavoro – ha rivelato il difensore nel corso di un'intervista ripresa dalle agenzie – lui scuote la testa; quando invece gli parlo dei feriti, ascolta con interesse, ma io non so dire se dentro di lui qualcosa realmente si smuova”.

L’inversione di rotta dell’accusa

Proprio mentre la difesa sembrava intenzionata a muoversi in autonomia per approfondire le condizioni mentali del proprio assistito, è arrivata la mossa della Procura di Modena: un atto che ha sorpreso molti osservatori, solitamente abituati a vedere i legali chiedere perizie per scagionare i propri clienti, mentre qui sono stati gli inquirenti (coordinati dal procuratore Luca Masini e dalla pm Monica Bombana) a depositare una richiesta urgente al Giudice per le Indagini Preliminari affinché si disponga un incidente probatorio di natura psichiatrica.

Tre, in sostanza, le ragioni che hanno spinto l'accusa a premere sull'acceleratore: le pregresse diagnosi di disturbo schizoide emerse dai suoi passati accessi al Centro di Salute Mentale (quando, tra il 2022 e il 2024, aveva riferito di sentirsi perseguitato), le condotte oggettivamente incomprensibili tenute dal trentunenne durante la strage, e la necessità di procedere con la massima celerità per “cristallizzare” – questo il termine tecnico usato negli atti – le reali condizioni psichiche di El Koudri prima che eventuali terapie o il semplice trascorrere del tempo in cella possano alterarle.

La sindrome dello sguardo vuoto

Per chi lo ha incontrato in questi giorni, come il difensore d’ufficio Francesco Cottafava (che inizialmente lo aveva descritto in “stato di confusione totale”), il giovane appare privo di quella lucidità necessaria per sostenere un interrogatorio; si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al pm, limitandosi a fornire i codici di sblocco dei propri dispositivi elettronici ma senza offrire una versione coerente dei fatti.

Una conferma indiretta dello stato di alterazione arriva anche dalle dichiarazioni che El Koudri avrebbe rilasciato al suo stesso avvocato in un momento di maggiore abbandono: “Ho preso un coltello da cucina, sono uscito di casa e sapevo che quel giorno morivo”, una frase che, per quanto raccapricciante se messa in relazione alle conseguenze reali (una donna ha perso entrambe le gambe sotto le ruote della sua auto), suona più come il delirio di chi cerca un'uscita di scena che come la pianificazione di un attentato.

Terrorismo o disagio radicale?

E proprio qui si gioca la partita giudiziaria più delicata: sebbene gli inquirenti, in una prima fase, avessero vagliato con attenzione la pista dell’eversione (anche alla luce di certi messaggi sconnessi inviati in passato all’università o di telefonate stravaganti a basi Nato per informarsi sul “menu della mensa”), nessuno dei riscontri tecnici – compresa l’analisi dei device e dei social – ha restituito prove di una radicalizzazione jihadista o di un piano premeditato con finalità terroristiche.

Al contrario, i post contro i personaggi dello spettacolo e i deliri mistici (quando in carcere gli è stato chiesto se volesse un libro religioso, ha risposto chiedendo la Bibbia, lui che non era ritenuto un praticante) hanno rafforzato la tesi del grave squilibrio mentale, una condizione che, come ha ammesso lo stesso ministro Piantedosi al termine di un vertice in prefettura, rende il gesto “se possibile ancora più preoccupante” proprio perché maturato nell’ombra di un silenzio clinico而非 nella luce deformante della propaganda.

Il legale Gianelli, che pure “accoglie con favore” l’iniziativa della procura, tiene però a precisare che la perizia non deve essere vista come un “salvacondotto” per sottrarre l’assistito alle sue responsabilità, ma piuttosto come lo strumento più idoneo – forse l’unico – per provare a comprendere cosa si nasconda dietro quella maschera di sale mentre i sette feriti (alcuni dei quali ancora in condizioni critiche ma fuori pericolo immediato) lottano per ricostruire una normalità infranta dal boato di un’auto lanciata a folle velocità in pieno centro.

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