Il caso Luca Spada e il vuoto intorno a Mirella Montanari, la solitudine come movente nascosto nell’inchiesta sulle morti in ambulanza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Forlì, 20 aprile 2026 – Tra le carte processuali che tengono banco nelle aule della procura, il nome di Mirella Montanari rappresenta l’architrave di un dolore collettivo che nessuna ordinanza di custodia cautelare potrà mai restituire per intero. È lei, secondo la ricostruzione degli inquirenti che da mesi setacciano i tabulati e le intercettazioni ambientali, la prima delle sei presunte vittime di Luca Spada, il ventisettenne autista soccorritore della Croce Rossa di Forlimpopoli Bertinoro finito in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato. La sua esistenza, conclusasi il 24 febbraio a Meldola dopo un drammatico decorso seguito a un trasporto in ambulanza, sembra disegnare il contorno perfetto di quella vulnerabilità assoluta – fatta di povertà, malattia e assenza di una rete affettiva – che gli investigatori stanno cercando di decifrare come possibile denominatore comune delle sei tragedie. Francesco Branchetti, che alla Caritas meldolese ha incrociato il passo incerto della donna, la descrive senza infingimenti retorici: “Una donna buona, molto sfortunata”, che si reggeva su “brandelli di affetto”. A renderla una preda facile, forse, non era solo la paresi che le limitava i movimenti, ma quella solitudine strutturale che l’ha accompagnata fino al funerale – celebrato con appena quattro persone presenti – e che prosegue nella memoria collettiva come un monito silenzioso.

La verifica della difesa e il nodo delle telecamere interne

Mentre il racconto della vita di Mirella Montanari emerge dalle testimonianze dei volontari, il fronte giudiziario si sposta sulle ambulanze e sui dispositivi di sicurezza disattesi. I carabinieri di Forlì hanno calendarizzato per domani un nuovo giro di interrogatori tra i testimoni chiave, una mossa che mira a verificare la tenuta della versione fornita da Spada nelle quattro ore di interrogatorio in carcere. Tra i convocati ci saranno i colleghi della Croce Rossa di Forlimpopoli e una socia dell’agenzia di pompe funebri con cui il giovane collaborava sporadicamente; si tratta, in sostanza, di capire se qualcuno, tra coloro che condividevano il turno o gli affari, avesse notato anomalie nei comportamenti a bordo. Al centro di questa seconda fase dell’istruttoria c’è un particolare che gli inquirenti considerano dirimente: un frame video, acquisito dai militari, che ritrae Spada intento ad armeggiare con un cacciavite all’interno del vano di uno dei mezzi di soccorso. La dinamica, ricostruita attraverso le intercettazioni, parla di una consapevolezza precisa: il sistema di videosorveglianza, inizialmente non funzionante, era stato riattivato e il ragazzo se ne sarebbe accorto, cercando di metterlo fuori uso. A una collega che lo avrebbe incrociato in quella circostanza, l’indagato avrebbe giustificato il gesto con la ricerca di alcune lenzuola, una scusa che per la procura suona come un goffo tentativo di depistaggio.

La prima delle sei e la cronaca di una miseria economica

Se si osserva la vicenda con l’occhio del cronista che ha seguito decine di inchieste giudiziarie, ciò che colpisce nel profilo della Montanari non è tanto la patologia che la portò all’ospedale di Santa Sofia con una diagnosi di “ictus ischemico cerebrale”, quanto il contesto di indigenza che l’aveva resa invisibile agli occhi dello Stato prima che diventasse un numero nelle statistiche della procura. Vedova, dopo la morte del marito Gualtiero, si era ritrovata a vivere in un appartamento popolare in via Castellucci, seguita a singhiozzo dai servizi sociali e aiutata dalla Caritas con pacchi alimentari ogni quindici giorni. Branchetti ricorda che aveva “cinque cani”, le uniche creature in grado di mostrarle affetto, e che la sua rete parentale era implosa quando anche il figlio Luca, senza fissa dimora e in difficoltà economiche, è morto di infarto pochi mesi dopo di lei, a soli cinquant’anni. L’aspetto forse più sinistro, in questa ricostruzione che la difesa di Spada contesterà punto su punto, è che quella stessa solitudine abbia funzionato da deterrente per eventuali controlli: nessun parente stretto che chiedesse conto delle procedure mediche, nessuno che vedesse cosa accadeva realmente nella cabina posteriore durante quei trasferimenti non urgenti.

Il frame decisivo e le mosse della procura

Tornando al cuore tecnico dell’indagine, il dettaglio del cacciavite e della telecamera rappresenta un tassello che la procura sta cercando di incastrare con la massima precisione. Il filmato in questione, acquisito all’interno del veicolo dopo l’attivazione della sorveglianza da parte dei carabinieri, mostrerebbe Spada in una posa che gli inquirenti interpretano come un tentativo deliberato di rimuovere l’occhio elettronico; un comportamento che, se provato, potrebbe configurare un ulteriore profilo di responsabilità legato all’occultamento di prove. In questa fase, i difensori del ventisettenne – che si preparano a chiedere la scarcerazione una volta trascritto l’interrogatorio – sostengono che il loro assistito stava semplicemente riparando una vite e che la preoccupazione rilevata dalle microspie fosse frutto di un fraintendimento. Tuttavia, i riscontri forniti dalle intercettazioni ambientali dipingono un quadro di crescente tensione: “C’è una telecamera, non ti sembra?” avrebbe sussurrato al collega Radu, lasciando emergere quella che i pm considerano la consapevolezza del reato. A coronare il mosaico, restano le altre cinque storie – da Victor, il “re del sax”, agli altri anziani con quadri clinici gravi ma stabili – che la procura sta ricostruendo nella speranza di trovare, nelle pieghe di quei rapporti di servizio, la stessa firma biologica o lo stesso disperato movente economico che si cela dietro la morte della donna di Meldola.

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