Ebola in Congo, la scuola si ferma nelle zone rosse: didattica a distanza con radio e schede cartacee
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Redazione Salute
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L'emergenza Ebola nella Repubblica Democratica del Congo si intreccia ora con un'altra questione cruciale per il futuro del Paese, quella dell'istruzione, e il governo di Kinshasa ha annunciato una svolta significativa per il prossimo anno scolastico. A partire dal settembre 2026, in 18 zone sanitarie considerate ad alto rischio per la diffusione del virus Bundibugyo, le lezioni si svolgeranno a distanza, un tentativo di garantire il diritto allo studio senza alimentare i contagi in un contesto già segnato da numeri drammatici.
La decisione, comunicata congiuntamente dalla ministra dell'Istruzione nazionale Raïssa Malu e dal ministro della Sanità Roger Kamba, arriva mentre l'epidemia mostra una velocità di propagazione definita "senza precedenti" dall'Organizzazione mondiale della sanità.
Una rentrée "differenziata" per fronteggiare il virus
La ministra Malu ha parlato di una "rentrée différenciée" per il 1° settembre, specificando che su 138 suddivisioni educative delle province colpite, 40 sono direttamente interessate dal virus e 18 sono state classificate come zone rosse, ovvero a massimo rischio. In queste aree, dove l'incidenza dei casi è più alta, scatterà l'insegnamento a distanza, un metodo già ufficializzato dal febbraio 2025 ma che ora viene applicato su larga scala come risposta all'emergenza.
L'obiettivo dichiarato è quello di "mantenere il bambino attivo a casa, non disconnetterlo dalla scuola e puntare sulle conoscenze essenziali", ha spiegato la ministra, nel tentativo di bilanciare le esigenze didattiche con l'urgenza di limitare i contagi in un Paese dove il sistema sanitario è già sotto pressione.
Niente internet, si usano schede cartacee e radio locali
Il modello di didattica a distanza scelto dal Congo tiene conto delle infrastrutture limitate del Paese, optando per soluzioni a basso costo e senza l'uso obbligatorio di internet, che in molte aree periferiche è ancora un lusso per pochi. "Quando parlo di insegnamento a distanza, non bisogna assolutamente intendere lezioni online o internet", ha precisato la ministra Malu, sottolineando che si tratta di un "dispositivo leggero" che non richiede l'acquisto di materiali costosi da parte delle famiglie.
Il sistema si baserà invece su fogli pedagogici stampati, contenenti i saperi essenziali del programma scolastico, che i genitori potranno ritirare presso le scuole ogni due settimane, e su programmi educativi diffusi dalle radio locali e comunitarie. Le scuole, nelle zone rosse, non chiuderanno del tutto ma diventeranno "punti di servizio educativo", con gli insegnanti presenti per seguire gli studenti e mantenere il contatto con le famiglie.
Numeri da record e assenza di vaccini specifici
La decisione del governo si inserisce in un contesto epidemiologico che gli esperti definiscono sempre più allarmante. Secondo i dati diffusi dalle autorità e dall'Africa CDC, il bilancio provvisorio parla di oltre 5.000 casi confermati e più di 2.320 decessi in sole sei province, tra cui Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu, con un tasso di letalità che si avvicina al 50%.
L'attuale epidemia, causata dal ceppo Bundibugyo, è già la più mortale mai registrata nella storia del Paese e sta progredendo a un ritmo tale che, secondo l'Africa CDC, si rischia di superare la tragica epidemia dell'Africa occidentale del 2014-2016.
A rendere la situazione ancora più complessa è l'assenza di vaccini e terapie specificamente approvati per questo ceppo virale, più raro rispetto al più noto virus Zaire: i due vaccini esistenti, come l'Ervebo, non sono omologati per il Bundibugyo, sebbene si stia discutendo un loro possibile uso emergenziale per contenere la strage.
La comunità internazionale e la risposta sul campo
Mentre il governo cerca di garantire la continuità educativa, la risposta sanitaria all'epidemia continua a fare i conti con la carenza di risorse e le difficoltà logistiche. La Commissione europea ha annunciato l'acquisto di test diagnostici rapidi, per un valore di 2,5 milioni di euro, da donare ai Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC), con le prime consegne previste già ad agosto.
Una mossa che la commissaria Hadja Lahbib ha definito essenziale per "individuare prima i casi" e "impedire un'ulteriore diffusione del virus", dopo una visita nella provincia di Ituri dove i partner avevano segnalato l'urgenza di potenziare le capacità diagnostiche.
L'Africa CDC, dal canto suo, ha lanciato un appello a un'azione decisa e ha sostenuto la richiesta del Congo al Gruppo di coordinamento internazionale (ICG) per avere accesso al vaccino Ervebo, che potrebbe offrire una protezione crociata sebbene non specifica, in attesa che i trial clinici per i nuovi vaccini, finanziati con oltre 60 milioni di dollari dalla CEPI, possano dare i loro frutti nei prossimi mesi.
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