La guerra dei missili e i numeri che non tornano: quanti ne restano all’Iran e agli Stati Uniti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’illusione della rapidità, in qualsiasi conflitto, si scontra sempre con la dura aritmetica degli arsenali. E mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran è entrata nella quarta settimana – con l’amministrazione Trump che prosegue l’operazione “Epic Fury” – il fronte più caldo non è solo quello del fuoco, ma quello delle stime. Se da un lato la Casa Bianca e il Pentagono hanno più volte accennato a un “degradamento” significativo delle capacità offensive di Teheran, dall’altro lato emergono crepe preoccupanti nella catena logistica americana. La domanda che serpeggia nei vertici militari è duplice: quanti missili sono rimasti realmente ai Pasdaran? E, soprattutto, quanto ancora può durare la riserva di Tomahawk degli Stati Uniti prima che la pressione sul presidente Trump diventi insostenibile?

Secondo le ultime analisi diffuse da fonti informate, citate dal Washington Post e riprese da varie testate internazionali, il Pentagono sta monitorando con crescente ansia il tasso di consumo dei propri missili da crociera. La Marina americana avrebbe infatti lanciato oltre 850 Tomahawk nell’arco di pochi giorni dall’inizio dell’operazione, un numero che alcuni osservatori, come quelli del Royal United Services Institute (RUSI), ritengono pari a circa un terzo dell’intero arsenale accumulato in oltre un decennio. Un ufficiale, parlando a condizione di anonimato, ha definito la situazione “allarmante”, suggerendo che le scorte potrebbero essere vicine al termine gergale “Winchester”, che nel linguaggio militare indica l’azzeramento delle munizioni.

La produzione, in questo momento, non riesce a tenere il passo: nel bilancio della difesa del 2025 erano stati inclusi solo 57 nuovi Tomahawk, mentre l’industria, nonostante le richieste di quadruplicare la produzione avanzate dalla Casa Bianca ai grandi contractor della difesa, fatica a causa della complessità della filiera e, come sottolineano alcuni analisti, del controllo cinese su alcune materie prime critiche come le terre rare. Se il conflitto dovesse proseguire con questo ritmo – e molti esperti ipotizzano una durata superiore ai sei mesi – gli Stati Uniti potrebbero trovarsi a dover attingere alle riserve destinate ad altri teatri, come quello del Pacifico, indebolendo di fatto la propria capacità di deterrenza globale.

Il fronte opposto: la strategia del razionamento dei Pasdaran

Se gli Stati Uniti si preoccupano del consumo dei propri mezzi, l’attenzione di Israele e del Comando Centrale americano (CENTCOM) rimane focalizzata su quanto resta dell’arsenale iraniano. I dati forniti dai comandi militari parlano di oltre 5.000 obiettivi colpiti nelle fasi iniziali, con la distruzione di più di cento unità navali e l’eliminazione di un’intera classe di navi da guerra. Tuttavia, nonostante i numeri imponenti dei danni inflitti, la capacità offensiva di Teheran non sembra essersi esaurita.

Le stime elaborate da centri di analisi internazionali, come l’Institute for National Security Studies (JINSA) e l’Alma Research Centre, suggeriscono una situazione complessa. Al momento dello scoppio delle ostilità, si ritiene che l’Iran possedesse circa 2.500 missili balistici in grado di raggiungere Israele, oltre a un numero compreso tra i 6.000 e gli 8.000 missili a corto raggio (SRBM) destinati a colpire obiettivi nei Paesi del Golfo. Dopo un mese di guerra, fonti aperte indicano che tra il 60 e il 90 per cento dei missili a medio raggio (MRBM) potrebbe essere stato consumato o distrutto nei depositi, ma la riduzione della cadenza dei lanci – passata dai picchi iniziali a una media di circa una dozzina al giorno – non è letta dagli analisti come un segnale di resa, bensì come un deliberato razionamento.

La vera limitazione, spiegano gli esperti, non è tanto il numero dei missili rimasti, quanto la disponibilità di lanciatori mobili (TEL) e la tenuta delle infrastrutture sotterranee. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver distrutto circa il 70-79 per cento di questi lanciatori, riducendo la capacità di Teheran di effettuare salve massicce. Tuttavia, l’utilizzo di “città missilistiche” sotterranee e la produzione interna – che alcuni analisti stimano possa ancora attestarsi su alcune decine di unità al mese nonostante i bombardamenti – consentono ai Pasdaran di mantenere attiva una soglia di pressione minima, sufficiente a colpire obiettivi strategici e a tenere chiuso di fatto lo Stretto di Hormuz.

L’equilibrio instabile nello Stretto di Hormuz e il peso delle flotte

Oltre ai missili balistici, il conflitto si gioca su un altro terreno cruciale: quello navale e dei droni. Il CENTCOM ha reso noto di aver colpito circa 9.000 obiettivi e distrutto 140 navi iraniane, riducendo significativamente la capacità del delle Guardie della Rivoluzione Islamica di proiettare potenza in mare aperto. Nonostante ciò, la minaccia nel Golfo Persico rimane elevata. L’uso di droni marittim i (USV) imbottiti di esplosivo, di mine navali e di missili antinave costieri continua a rappresentare un deterrente efficace per le rotte commerciali, tanto che le quotazioni del petrolio hanno registrato impennate a ogni segnale di chiusura o limitazione del transito.

Secondo quanto riportato da fonti militari, la flotta iraniana sfrutta la conformazione geografica dello Stretto – dove le corsie di navigazione si restringono drasticamente – per compensare l’inferiorità numerica con tattiche asimmetriche. In questo contesto, l’invio di migliaia di Marine e di una seconda portaerei (la USS Gerald R. Ford si aggiunge alla USS Abraham Lincoln) nel teatro operativo rappresenta un tentativo di forzare il blocco, ma espone le navi statunitensi a un raggio d’azione molto ravvicinato rispetto alle batterie costiere iraniane.

L’incognita delle scorte e la logistica della guerra

A complicare ulteriormente il quadro, emerge un problema strutturale che riguarda entrambi i fronti. Per gli Stati Uniti, il consumo di intercettori – come i Patriot e i THAAD, fondamentali per proteggere le basi in Arabia Saudita e negli Emirati – sta procedendo a un ritmo insostenibile. Il think tank RUSI ha calcolato che se il consumo attuale dovesse mantenersi costante, alcune categorie di munizioni critiche potrebbero esaurirsi entro il prossimo mese.

Per l’Iran, invece, il nodo non è solo la produzione, ma la logistica degli approvvigionamenti. Le recenti operazioni israeliane contro le infrastrutture portuali nel Mar Caspio, in particolare a Bandar Anzali, hanno interrotto o quantomeno rallentato il corridoio logistico che collegava Teheran a Mosca, costringendo i Pasdaran a fare affidamento esclusivamente sulle riserve locali. Senza un flusso costante di componenti dalla Russia, la capacità di ricostituire rapidamente l’arsenale di missili balistici a medio raggio appare fortemente compromessa.

Mentre i vertici del Pentagono discutono se trasferire scorte dal Pacifico al Medio Oriente e gli analisti cercano di decifrare se la riduzione dei lanci iraniani sia l’ultimo respiro o una pausa tattica in vista di un’offensiva più mirata – magari contro le portaerei statunitensi – il conflitto si trascina in una fase di logoramento. Una fase dove, paradossalmente, l’arma più potente potrebbe non essere il missile in volo, ma il numero di quelli che restano nei silos.

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