Rapporto Caritas 2026, la povertà in Italia diventa un fenomeno strutturale e il ceto medio si impoverisce

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il quadro che emerge dal rapporto statistico di Caritas Italiana, presentato in data odierna, restituisce l'immagine di un Paese in cui la povertà non è più una condizione temporanea o contingente, ma si trasforma in una gabbia dalla quale diventa sempre più difficile uscire.

Se da un lato l'aumento del numero delle persone assistite, pari all'1,7% rispetto al 2024, appare più contenuto rispetto ai balzi registrati negli anni precedenti, dall'altro la fotografia scattata dai centri di ascolto racconta un fenomeno che ha ormai assunto una dimensione cronica, destinata a prolungarsi per anni e a erodere quelle fasce della popolazione che fino a poco tempo fa erano considerate al riparo dal rischio di indigenza. La rete ha accompagnato nel corso del 2025 circa 282.

539 persone, un numero che non rappresenta semplicemente un totale di individui, ma che corrisponde ad altrettanti nuclei familiari, a testimonianza di come l'intervento caritativo miri a sostenere l'intero contesto domestico e non il singolo.

L'identikit del nuovo povero: il lavoro non basta più

La composizione sociale di questa fetta di popolazione è forse l'aspetto più inquietante del report. È ormai acclarato che la povertà abbia smesso di essere un appannaggio esclusivo delle categorie tradizionalmente fragili per estendersi a chi un reddito lo percepisce, seppur insufficiente a garantire una vita dignitosa. A lanciare l'allarme è il dato relativo ai cosiddetti "working poor": ben un assistito su quattro, il 24% del totale, risulta occupato, eppure non riesce a sostenere le spese ordinarie a causa di salari troppo bassi che non tengono il passo con il caro vita.

Questa condizione è aggravata da un contesto macroeconomico sfavorevole, che vede l'inflazione attestarsi al 3,2% su base annua nel mese di maggio, erodendo ulteriormente il potere d'acquisto delle famiglie e vanificando gli sforzi di chi cerca di arrivare alla fine del mese.

Solitudine e casa: i fattori aggravanti

Se la carenza di reddito rappresenta il motore principale dell'indigenza, colpendo il 78% delle persone che si rivolgono alla Caritas, a essa si intrecciano altre fragilità che rendono la condizione di povertà ancora più difficile da superare. L'isolamento sociale, per esempio, emerge come un fattore determinante: le persone sole costituiscono ormai il 32,9% degli assistiti, un'incidenza in crescita che racconta di una società in cui i legami di parentela e prossimità si assottigliano, lasciando molti individui senza una rete a cui aggrapparsi nei momenti di crisi.

A questo si aggiunge poi l'emergenza abitativa, che coinvolge il 34,9% delle persone seguite: oltre un quinto di queste vive in condizioni di grave emarginazione, come i senza dimora, mentre un'altra fetta significativa, pari al 23,1% degli utenti totali, fatica a sostenere il peso di affitti e bollette, un costo sempre più insostenibile per le casse famigliari.

La fotografia di un decennio perduto

Guardando l'evoluzione del fenomeno su un arco temporale più ampio, appare evidente la difficoltà delle politiche di welfare nel contrastare un'emorragia sociale che procede ormai da anni. Caritas rileva infatti che, dal 2015 ad oggi, il numero di persone accolte è cresciuto del 48%, segno di un deterioramento strutturale delle condizioni di vita di ampi strati della popolazione che non accenna a invertire la rotta. L'Isee medio di chi si rivolge ai centri di ascolto è inferiore ai 5.000 euro, una cifra che la dice lunga sullo stato di indigenza in cui versano queste famiglie.

A rendere il quadro ancora più desolante è la distribuzione geografica del fenomeno: sebbene tradizionalmente associata alle regioni del Sud, la povertà avanza prepotentemente anche nel Nord del Paese, dove la richiesta di aiuto ha registrato un incremento significativo, e dove paradossalmente la maggiore ricchezza prodotta non riesce a frenare la corsa verso il baratro.

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