Piscine aperte solo alle donne con il burkini, la polemica arriva a Roma: Rampelli interroga Piantedosi e Abodi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non se ne parla molto, ma la notizia esiste e fa discutere. Non solo a Roma, ma anche in provincia di Bolzano e in quella di Trento, a macchia d’olio, sono molte le iniziative che prevedono un’apertura straordinaria delle piscine dedicata esclusivamente alle donne di religione islamica, con la possibilità, naturalmente, di indossare il burkini. Nuoto libero, spogliatoi e impianto con staff interamente femminile: questo il pacchetto offerto per garantire, a quanto si legge nei volantini diffusi dalla Comunità islamica, uno spazio di relax e comfort per le utenti.

Nella Capitale l’esperimento arriva a Tor Tre Teste, nel quadrante est della città, dove tutti i mercoledì di agosto, per l’esattezza, saranno riservati due turni: quello mattutino, dalle 7,30 alle 9,30, oppure quello serale, dalle 18,30 alle 20,30. L’intesa, siglata tra la gestione dell’impianto di via Giuseppe Candiani e la Cir, la Comunità islamica di Roma, prevede che in quelle fasce orarie l’accesso sia vietato agli uomini e che il personale, dalla bagnina alla segretaria, sia composto unicamente da donne.

Una scelta che, se da un lato mira a favorire l’inclusione di una fascia di popolazione che spesso rinuncia alla balneazione per motivi religiosi o culturali, dall’altro ha sollevato un polverone politico destinato a crescere nei prossimi giorni.

L'iniziativa della Comunità islamica

La proposta era già stata annunciata sui canali social della Cir come una novità positiva, un’opportunità per consentire a molte donne musulmane di fruire degli impianti natatori senza dover rinunciare ai dettami del proprio credo.

Il burkini, costume che copre interamente il corpo lasciando scoperti solo viso, mani e piedi, è al centro di un dibattito annoso in Europa, tra divieti e riammissioni, ma in questo caso la scelta della piscina romana non vieta alcun tipo di abbigliamento: al contrario, si limita a istituire una fascia oraria in cui le donne possono indossare ciò che preferiscono, dal bikini più succinto al costume intero, passando appunto per il burkini.

L’esperimento, peraltro, non è inedito sul territorio nazionale: in provincia di Bolzano, infatti, iniziative analoghe erano già state organizzate negli scorsi mesi, con una formula quasi identica, riscuotendo un certo seguito tra le residenti di fede islamica. Eppure, a Roma, il clima politico e sociale appare più infuocato, e la notizia ha rapidamente valicato i confini della cronaca locale per trasformarsi in un caso nazionale.

La reazione di Fabio Rampelli e l'interrogazione al governo

A rompere il ghiaccio, e a dare voce alle critiche più dure, è stato il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, esponente di Fratelli d'Italia, che ha annunciato un’interrogazione parlamentare indirizzata ai ministri dell’Interno, Matteo Piantedosi, e dello Sport, Andrea Abodi.

Nella sua nota, Rampelli parla di "strano silenzio" attorno all’iniziativa e non usa mezzi termini: "C’è uno strano silenzio attorno all’iniziativa della piscina di Tor Tre Teste – si legge nel testo – che in accordo con la Comunità islamica vieterà l’ingresso agli uomini in determinate fasce orarie nel mese di agosto. È un’iniziativa inaccettabile, che profuma di sharia e che non può essere tollerata in una città come Roma".

L’interrogazione, spiega il parlamentare, servirà a chiedere conto al governo di come intenda posizionarsi rispetto a questa misura, che secondo lui rappresenta una deriva pericolosa in termini di pari opportunità, perché non favorisce l’integrazione ma la segmentazione della società. Rampelli sottolinea come l’accesso riservato a una sola categoria di persone, per quanto limitato ad alcune ore, costituisca un precedente gravissimo in una struttura pubblica, e invita l’esecutivo a prendere posizione per evitare che episodi simili si moltiplichino in altre città italiane.

Le dichiarazioni delle esponenti di FdI

Sullo stesso fronte si sono schierate anche due esponenti di Fratelli d'Italia, la Responsabile delle Pari Opportunità di Roma Lorena Vinzi e la Responsabile Tutela Vittime di Violenza Monica Pietropaolo, che hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si ribadisce il principio secondo cui "le pari opportunità devono essere sempre accompagnate da quello dell’inclusione e della partecipazione". Secondo le due politiche, iniziative come quella di Tor Tre Teste rischiano di produrre l’effetto contrario, allontanando invece di avvicinare le diverse componenti della popolazione.

"Non si possono creare ghetti al femminile – sostengono – e nemmeno giustificare la separazione in nome della libertà religiosa, perché questo finisce per minare il tessuto sociale e la convivenza civile". La loro posizione, in linea con quella di Rampelli, sottolinea come la richiesta di spazi esclusivi per le donne musulmane finisca con il legittimare una visione della società che non è compatibile con i valori occidentali.

La polemica, insomma, si arricchisce di sfumature politiche e ideologiche, dividendo l’opinione pubblica tra chi vede in questi spazi un’opportunità di accoglienza e chi, invece, vi legge una minaccia alla laicità delle strutture pubbliche.

Il contesto e le implicazioni sociali

Al di là delle reazioni politiche, il caso solleva interrogativi più ampi sul rapporto tra esigenze religiose, pari opportunità e gestione degli spazi pubblici in una società sempre più multiculturale. Da un lato, le sostenitrici dell’iniziativa della Comunità islamica di Roma fanno notare che molti impianti natatori, in Italia e in Europa, organizzano già turni dedicati esclusivamente alle donne, per ragioni che vanno dal pudore alla sicurezza, senza che questo susciti particolare scandalo.

Dall’altro, i critici obiettano che la differenza sostanziale sta nella finalità espressa: non si tratta di un turno riservato alle donne in quanto tali, ma di un turno pensato su misura per le donne di fede islamica, che indossano il burkini. Questa specificità, secondo i detrattori, trasformerebbe l’iniziativa da misura inclusiva a strumento di segregazione, perché richiama esplicitamente precetti religiosi che in altri contesti sarebbero stati giudicati contrari al principio di uguaglianza.

La risposta delle istituzioni, attraverso le interrogazioni parlamentari e i dibattiti in aula, potrebbe tracciare una linea guida per il futuro, definendo se e in che misura sia legittimo derogare al principio di accesso universale alle strutture pubbliche in nome di esigenze confessionali.

Resta da vedere quali saranno le posizioni del ministro Piantedosi e del titolare dello Sport Abodi, chiamati a rispondere su un tema che tocca corde sensibili sia sul piano giuridico che su quello etico, in un periodo storico in cui l’integrazione delle comunità straniere è al centro del dibattito politico quotidiano.

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