Riforma giustizia, partono i comitati per il referendum mentre Mantovano accusa le toghe
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Redazione Interno
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A Montecitorio, nella sala delle giunte, i primi plichi per la raccolta delle firme sono già comparsi nel pomeriggio di ieri, sancendo l’avvio formale dell’iter per il referendum confermativo sulla riforma della giustizia. Uno di essi è stato predisposto su richiesta dei deputati di maggioranza Sara Kelany, Enrico Costa e Simona Matone, l’altro da quelli dell’opposizione Simona Bonafè, Carmela Auriemma e Marco Grimaldi. Qualcuno ha già provveduto a sottoscrivere, sebbene il grosso delle adesioni, come prevedibile, sia atteso tra lunedì e martedì, quando i gruppi parlamentari si mobiliteranno compattamente. L’atmosfera, dunque, si fa subito operativa, dimostrando come la partita referendaria sia destinata a diventare il nuovo, centrale terreno di scontro politico dopo l’approvazione della legge in quarta lettura.
La mobilitazione in corso a Montecitorio
Alla Camera la macchina organizzativa ha preso il via attraverso le chat dei gruppi di maggioranza, dove i deputati sono stati convocati per firmare il testo sottoscritto dai capigruppo Galeazzo Bignami, Paolo Barelli, Riccardo Molinari e Maurizio Lupi. È stato l’azzurro Enrico Costa, tra i primi forzisti, a presentarsi nella sala della Giunta per le elezioni per apporre la propria firma, anticipando una mobilitazione che coinvolgerà in massa i parlamentari di Fratelli d’Italia e Lega nei prossimi giorni. L’obiettivo è chiaro: dare immediato slancio alla campagna per la separazione delle carriere, portandola nel vivo del dibattito pubblico senza ulteriori indugi, in un clima che va ben al di là di un confronto puramente formale.
Le accuse del sottosegretario Mantovano
Nel merito del conflitto tra politica e magistratura, intanto, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha lanciato un duro attacco, ribaltando l’argomento dei “pieni poteri” spesso rivolto all’esecutivo. “I ‘pieni poteri’”, ha affermato, “non sono quelli che vuole il governo ma di chi per via giudiziaria blocca la politica sull’immigrazione impedendo le espulsioni perché nessuno Stato di quelli di provenienza è sicuro”. Le sue critiche, che delineano una precisa linea di condotta, si sono estese anche alla sfera industriale, citando il caso degli impianti dell’ex Ilva fermati da un sequestro, e a quella dell’ordine pubblico, dove, a fronte di 162 denunce per i disordini di Roma, non sarebbe stato dato alcun seguito investigativo, con il rilascio degli unici due arrestati.
La strategia di comunicazione del governo
La strategia per sostenere la riforma, oltre all’azione parlamentare, prevede un’intensa campagna di comunicazione che si articolerà attraverso duelli in televisione e la partecipazione ad eventi come Atreju, con l’intento di spiegare e difendere pubblicamente le modifiche al sistema giudiziario. Questo impegno mediatico, che accompagna il percorso referendario, mira a coinvolgere l’opinione pubblica in una battaglia che è sia istituzionale che culturale, cercando di costruire un consenso ampio attorno a una riforma presentata come necessaria per riequilibrare i poteri dello Stato.




