Referendum sulla giustizia, Zanon: “Con il sì magistrati indipendenti, no a toghe di opposizione”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Confesso, non mi appassiona la data del referendum, parliamo del merito», ha dichiarato Nicolò Zanon, presidente del comitato per il Sì e già vicepresidente della Consulta, schierandosi, sebbene la campagna referendaria non sia ancora pienamente decollata, a sostegno della riforma voluta dal governo. La posizione di Zanon, il quale insegna diritto costituzionale a Milano, insiste sul nucleo della questione, ovvero la necessità di garantire, a suo dire, una magistratura svincolata da logiche politiche. L’obiettivo del sì, secondo questa prospettiva, sarebbe proprio quello di assicurare l’indipendenza dei giudici, evitando che alcuni di essi possano trasformarsi in una sorta di “toga di opposizione” al governo in carica, un’espressione che riassume efficacemente le preoccupazioni di chi sostiene la riforma.

Il fronte del No si organizza a Roma

Dall’altra parte, intanto, il fronte del No si è compattato in un comitato battezzato “Società civile per il No”, guidato da Giovanni Bachelet e riunitosi al Centro Congressi Frentani di Roma. L’accusa mossa alla riforma, definita senza mezzi termini una “svolta autoritaria”, è quella di voler asservire la magistratura al potere politico, principalmente attraverso l’introduzione della separazione delle carriere e del doppio Consiglio Superiore della Magistratura. Un “No per dire Sì alla democrazia”, recita lo slogan della coalizione, che vede insieme, in una mobilitazione che si annuncia “casa per casa”, i leader dell’opposizione, dal Partito Democratico ai Cinque Stelle, da Avs ai rappresentanti del sindacato.

Una campagna breve ma intensa

La campagna referendaria, per via della data fissata al 22 e 23 marzo, sarà necessariamente breve, ma si preannuncia politicamente carica e, come hanno sottolineato alcuni esponenti del fronte del No, marcatamente “emotiva”. Alla presentazione del comitato contrario alla riforma hanno partecipato, oltre ai leader politici, giuristi e intellettuali di rilievo, puntando a sollevare nell’elettorato una percezione di rischio per le istituzioni democratiche. D’altronde, l’ingresso ufficiale dei partiti nella contesa, con figure di spicco come i presidenti di Camera e Senato che si schierano per il No e un assessore regionale che invece opta per il Sì, segnala come il voto sia ormai diventato un momento di confronto politico totale, che travalica i tecnicismi giuridici per investire la visione stessa dello Stato.

Il cuore dello scontro istituzionale

Al di là delle dichiarazioni e delle strategie di comunicazione, ciò che emerge con chiarezza è lo scontro tra due concezioni antitetiche dell’indipendenza della magistratura. Da un lato, chi sostiene il Sì argomenta che la riforma, voluta dall’esecutivo di Giorgia Meloni, renderebbe i giudici più autonomi, sottraendoli a possibili strumentalizzazioni; dall’altro, chi invita a votare No vede nel testo un tentativo, per nulla velato, di mettere il potere giudiziario sotto il controllo di quello esecutivo, alterando un equilibrio costituzionale che ha retto per decenni. La posta in gioco, quindi, non potrebbe essere più alta, toccando i cardini della separazione dei poteri in una democrazia, mentre il paese si appresta a tornare alle urne su un tema che divide profondamente la classe politica e il mondo accademico.

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