Toghe rosse, il fronte del No e le polemiche sul referendum della giustizia
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Redazione Interno
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L’ammissione del quesito referendario sulla giustizia, il cui voto è ormai fissato in marzo, ha scatenato, com’era prevedibile, un acceso dibattito sulle posizioni dei togati chiamati a pronunciarsi. Quello che emerge dalle chat private di alcuni magistrati, note come il “Fronte del No”, è un clima di forte frustrazione per non essere riusciti, attraverso una complessa vicenda procedurale, a mettere sotto scacco il calendario del governo. La decisione degli Ermellini, definita da uno di loro “da incorniciare” in riferimento alla “sfida al duello lanciata dalla Cassazione al Tar”, non ha infatti prodotto l’effetto sperato: slittare la data della consultazione popolare avrebbe infatti significato alterare i tempi delle nomine dei nuovi vertici di procure fondamentali come Roma, Milano e Palermo, lasciando spazio alle correnti di sinistra all’interno del Consiglio superiore della magistratura per influire sulle scelte.
Guardiano, il consigliere nel mirino della destra
Tra i nomi più ricorrenti nelle polemiche c’è quello di Alfredo Guardiano, 65 anni, consigliere di Cassazione e membro dell’Ufficio centrale per i referendum. Egli stesso, in dichiarazioni pubbliche, si è definito “uno delle migliaia di magistrati, avvocati, docenti, e anche membri del Csm, impegnati per il sì o per il no alla riforma”. La sua posizione, tuttavia, appare da tempo sotto la lente del centrodestra, che lo contesta per un passato da giudice di prima linea a Napoli e per i suoi noti interessi culturali e d’impegno civile. Pur affermando di essere “contrario alla riforma ma non prendo decisioni di parte”, Guardiano è indicato come uno dei due togati della Cassazione più apertamente schierati contro il governo, al punto che, come rivelato dal capogruppo di Forza Italia in Senato, nei prossimi giorni parteciperà a convegni a favore del “No”. La sua presenza in chat riservate, dove ha espresso affermazioni polemiche verso il centrodestra, alimenta le critiche sul conflitto d’interessi.
I "giochi sporchi" e la questione dell’astensione
La vicenda solleva una questione di metodo che va oltre le singole personalità. Un folto gruppo di magistrati dichiaratamente contrari alla riforma ha infatti contribuito a varare la decisione della Cassazione che, in un primo momento, aveva rischiato di far deragliare il percorso referendario. Alcuni di loro sono intervenuti pubblicamente a iniziative del fronte del No, una circostanza che, secondo i critici, avrebbe dovuto portarli a valutare l’opportunità di astenersi o di chiedere la sostituzione quando l’Ufficio centrale si è trovato a deliberare su una materia in cui erano, di fatto, parte in causa. Questa mancata astensione viene dipinta da alcuni osservatori come una strategia precisa, una sorta di “giochi sporchi” tesi a influenzare il processo con mezzi procedurali.
Un clima che supera la normale dialettica istituzionale
La conflittualità, insomma, non si limita allo scontro politico sul merito della riforma, ma investe il perimetro stesso della neutralità delle istituzioni chiamate a gestire il processo. Le chat, con i loro messaggi privati divenuti pubblici, mostrano un livello di coinvolgimento e di schieramento che molti considerano incompatibile con il ruolo garantista che i magistrati dovrebbero incarnare in simili sedi. La sensazione è che, al di là delle formali dichiarazioni di imparzialità, si sia creato un blocco compatto, un fronte che ha tentato di usare ogni strumento a disposizione, compresi quelli tecnico-giurisdizionali, per contrastare una riforma voluta dal Parlamento e dal governo. Una dinamica, questa, che lascia il segno e che inevitabilmente condiziona la percezione pubblica della stessa consultazione popolare, chiamata a decidere su un tema già così carico di tensioni e di reciproche diffidenze.




