Mantovano: la riforma della giustizia e il nodo del merito
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Redazione Interno
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Il sottosegretario Alfredo Mantovano, intervenendo sulla riforma costituzionale della giustizia in attesa del voto finale al Senato, ha delineato quelli che, a suo giudizio, saranno i benefici principali dell'approvazione. «Partiamo da un presupposto», ha affermato, «non vi è solo la separazione delle carriere, ma anche la riforma del giudizio disciplinare». Mantovano ha poi aggiunto, arricchendo il quadro con una considerazione di non poco conto, che la legge di attuazione, la quale regolerà il funzionamento effettivo della riforma, rivestirà un'importanza altrettanto cruciale per il suo impatto concreto. Riguardo alle critiche sollevate dall'Associazione Nazionale Magistrati, che ha bollato il provvedimento come antidemocratico, il sottosegretario ha replicato con un tono pragmatico, osservando che «nessuno ha la bacchetta magica», ma che, nondimeno, con la separazione delle carriere si completa un percorso istituzionale avviato ormai diversi decenni fa, nel 1989, quando il pubblico ministero divenne una parte totalmente distinta rispetto al giudice.
Il percorso parlamentare e le reazioni
L'Aula di Palazzo Madama, come stabilito dalla Conferenza dei capigruppo, si apprestava a esprimere il voto finale sul disegno di legge costituzionale. Il capo dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, aveva riferito che le dichiarazioni di voto avrebbero avuto inizio nella mattinata, con la votazione prevista per le ore 12. In caso di approvazione, il disegno di legge avrebbe ottenuto il sì definitivo del Parlamento, rispettando la "doppia lettura conforme" delle due Camere prevista dall'articolo 138 della Costituzione, un iter che, secondo alcune voci critiche, si sarebbe svolto in tempi molto rapidi e senza un adeguato confronto parlamentare.
Le voci contrarie e le preoccupazioni
Contro la riforma, definita da alcuni come «l'attacco finale all'indipendenza della magistratura», si sono levate voci che evocano scenari preoccupanti, richiamando, senza scendere in dettagli espliciti, episodi storici di eversione e di controllo occulto delle istituzioni. Queste posizioni sostengono che l'obiettivo prioritario di tali poteri sia sempre stato il controllo del pubblico ministero, elemento cardine per la tenuta di uno Stato di diritto. La riforma, secondo questa prospettiva, rappresenterebbe un pericoloso ritorno al passato, minacciando non solo l'ordine giudiziario ma anche quei giornalisti che svolgono il loro lavoro con autonomia, esponendosi, in alcuni casi di cronaca nera, a rischi notevoli durante le inchieste.
Il cuore del dibattito costituzionale
Al centro del confronto, acceso e talvolta aspro, vi è il timore che la riforma possa svuotare il principio di uguaglianza dei cittadini, trasformando i pubblici ministeri in burocrati condizionati dalla politica. Si contrappongono, in sostanza, due visioni antitetiche: da un lato, chi vede nel provvedimento il compimento di un percorso di modernizzazione che, garantendo maggiore merito e indipendenza, porrà fine all'influenza delle correnti; dall'altro, chi vi scorge un arretramento, un venir meno a quel principio per cui la giustizia deve essere soggetta soltanto alla Costituzione e alla legge, un'importante conquista di civiltà che aveva sottratto il sistema giudiziario al controllo del potere esecutivo.




