Mantovano e le "sentenze stupefacenti" dei giudici sulla droga

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Alfredo Mantovano, pur premettendo di non voler alimentare polemiche su questioni di prossima scadenza come il referendum, ha scelto la VII Conferenza nazionale sulle dipendenze per rilanciare un attacco molto duro contro una parte della magistratura, colpevole, a suo dire, di emettere pronunce che definisce, non a caso, "stupefacenti". Il suo intervento, che ha chiuso i lavori della due giorni romana, ha puntato il dito su quello che, con tono ironico ma tagliente, ha battezzato "federalismo giudiziario", un sistema per cui, in materia di sostanze stupefacenti, i tempi della giustizia e forse anche le sue interpretazioni variano profondamente a seconda dei tribunali. A certe latitudini, ha osservato, le risposte arrivano in pochi giorni, mentre in altre si devono attendere mesi, se non addirittura anni, creando una disparità di trattamento inaccettabile.

L'accusa: uso personale per "qualche chilo"

Il cuore della critica risiede in alcune sentenze che, secondo Mantovano, hanno ravvisato l'uso personale "a fronte della detenzione di qualche chilo di sostanza", una circostanza che ha definito dalle conseguenze devastanti per la lotta alla criminalità e per la coerenza dell’azione repressiva. Queste decisioni, che appaiono in netto contrasto con la quantità di droga sequestrata, rappresentano per l’esponente governativo il segno più eclatante di un approccio che mina alla base l’efficacia delle norme, finendo per legittimare, di fatto, comportamenti che la legge intende punire. L’autorità giudiziaria, ha rimarcato con forza, "non è una variabile indipendente" e deve operare nel rispetto di un quadro normativo che non sembra ammettere simili elasticità interpretative quando si parla di ingenti quantitativi.

Il contesto della Conferenza nazionale

La platea scelta per queste dichiarazioni non era casuale, bensì l’assise che riunisce i principali attori impegnati nel contrasto alle dipendenze, tenutasi al Palazzo dei Congressi di Roma e organizzata dal Dipartimento delle politiche antidroga. Ai lavori, articolati in diversi tavoli tematici, ha partecipato attivamente anche una delegazione della Comunità Incontro, portando il proprio contributo su temi cruciali come la governance e la piaga del gioco d’azzardo. L’evento ha così offerto il quadro di uno sforzo collettivo, che vede coinvolte istituzioni civili e religiose, agenzie educative e forze dell’ordine, tutte unite dall’obiettivo di proteggere le nuove generazioni.

La prospettiva educativa e di senso

In questo scenario complesso, dove il dibattito sulla giustizia si intreccia con le politiche sociali, è riemersa con forza l’idea, cara al Servo di Dio don Oreste Benzi, secondo cui la tossicodipendenza è prima di tutto una questione di vuoto esistenziale. I giovani, si è ribadito, cadono nella spirale della droga per colmare un’assenza di significato, un tema che richiama la necessità di offrire non solo repressione ma anche e soprattutto proposte educative e un senso profondo alla vita. È un richiamo che va al di là delle aule dei tribunali e tocca le corde più profonde di una sfida che non è solo penale, ma culturale e umana.

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