Caso Almasri, i dubbi sul rifiuto di ascoltare Mantovano e le ombre sul governo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A coordinare il dossier Almasri da Palazzo Chigi, come previsto dalle deleghe, fu il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Eppure, il Tribunale dei ministri ha respinto la proposta di ascoltarlo, avanzata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, definendo la sua testimonianza «non fungibile». Un retroscena che emerge dalle carte dell’indagine che coinvolge Nordio, Mantovano e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e che solleva interrogativi sulle scelte processuali adottate.

Il Tribunale aveva fissato per il 23 maggio l’interrogatorio di Nordio, mai avvenuto dopo che il suo legale, Giulia Bongiorno, comunicò la volontà del ministro di non presentarsi, suggerendo invece di sentire Mantovano, «l’esponente dell’esecutivo che ha coordinato le varie fasi della vicenda». Una richiesta respinta dalle giudici, nonostante la difesa avesse sottolineato come fosse il sottosegretario ad avere gestito direttamente il caso.

La vicenda ruota attorno alla liberazione del generale libico Osama Almasri, capo delle Forze speciali di deterrenza libiche, la Rada, gruppo paramilitare legato al governo di Tripoli e coinvolto nella gestione dei centri di detenzione per migranti. Un intrigo internazionale che ha posto l’esecutivo italiano in una posizione delicata, soprattutto dopo le rivelazioni sulle prigioni di Ain Zara e Mitiga, sotto il controllo di Almasri, dove vengono trattenuti non solo migranti ma anche oppositori politici.

Le scelte processuali del Tribunale dei ministri, che ha preferito non approfondire il ruolo di Mantovano, lasciano aperte questioni sull’effettiva volontà di far luce sulle dinamiche che hanno portato alla liberazione del generale. Se da un lato Nordio ha evitato di deporre, dall’altro la decisione di non ascoltare chi materialmente ha seguito il dossier rischia di offuscare la ricostruzione dei fatti.

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