Il nodo del decreto sicurezza: il colloquio di Mantovano al Colle e la polemica sugli avvocati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, è salito al Quirinale nella serata di oggi per un faccia a faccia con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incentrato interamente sulle norme più controverse del decreto-legge n. 23/2026, quello che il governo battezza come “decreto Sicurezza”. L’incontro, intercorso mentre alla Camera le commissioni riunite Affari Costituzionali e Giustizia procedevano a rilento nell’esame del testo (poi sospese in attesa di “aggiornamenti”), verte in particolare su un emendamento approvato a Palazzo Madama che ha sollevato un vespaio di proteste nel mondo forense e non solo.

L’incentivo che scotta e il “no” degli avvocati

Al centro del contendere, spiegano fonti parlamentari, c’è l’articolo 30-bis del provvedimento, una disposizione che modifica la disciplina dei rimpatri volontari assistiti. Nella sostanza, la norma prevede un compenso per i legali – stimato in circa 615 euro – ma con una condizione che appare subito scivolosa agli occhi dei giuristi: il pagamento scatta solo “ad esito della partenza dello straniero”, cioè se il migrante decide effettivamente di tornare nel suo Paese d’origine. È proprio questo meccanismo, che lega la parcella dell’avvocato al risultato del rimpatrio piuttosto che all’attività difensiva in sé, a far tremare i polsi al Colle e a far infuriare l’avvocatura. A ciò si aggiunge un’altra modifica pesante, quella che di fatto abroga l’accesso automatico al patrocinio a spese dello Stato per gli stranieri extra Ue che intendono opporsi a un decreto di espulsione, costringendoli a dimostrare il possesso dei requisiti reddituali ordinari.

La reazione compatta del mondo forense e le perplessità del Quirinale

La reazione non si è fatta attendere. Il Consiglio Nazionale Forense (Cnf), che dalla norma si ritroverebbe inspiegabilmente coinvolto nel ruolo di “tesoriere” per erogare questi compensi (un compito che l’ente stesso dichiara di non poter svolgere per legge), ha espresso “forte stupore” e “ferma contrarietà”, chiedendo al Parlamento di eliminare ogni riferimento all’istituzione. L’Unione delle Camere Penali Italiane ha parlato senza mezzi termini di “apologia dell’infedele patrocinio”, sostenendo che una previsione del genere trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative, in aperto contrasto con l’articolo 24 della Costituzione. Anche l’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) ha fatto sentire la sua voce, esprimendo “sconcerto” per un attacco che ritiene diretto al cuore del diritto di difesa. Alla luce di queste pressioni, Mattarella avrebbe voluto vederci chiaro: il presidente non può promulgare una legge che presenti profili di evidente incostituzionalità, e l’incontro con Mantovano serve proprio a valutare se esistano margini per modificare il testo senza farlo decadere.

La sospensione a Montecitorio e il conto alla rovescia

A Montecitorio, intanto, l’orologio corre veloce. Il decreto, approvato dal Senato venerdì 17 aprile, scade il prossimo 25 aprile: se entro quella data la Camera non lo converte in legge, il provvedimento decade e ogni effetto viene meno. La tensione è palpabile tanto che il presidente della commissione Giustizia, Ciro Maschio (FdI), ha accolto la richiesta delle opposizioni di sospendere i lavori delle commissioni riunite fino alle ore 21, proprio per permettere di acquisire aggiornamenti sull’esito del vertice al Colle. Le opposizioni, dal canto loro, hanno già annunciato una serie di emendamenti e contestato duramente la tempistica serrata imposta dalla maggioranza, denunciando quella che definiscono l’ennesima “umiliazione” del ruolo del Parlamento. Restano dunque da vedere gli esiti dell’incontro: si valuta la possibilità di un intervento correttivo immediato, magari in Aula, o di una soluzione come l’ordine del giorno, anche se il Quirinale sembra spingere per rassicurazioni più sostanziose di un semplice atto d’indirizzo.

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