Ranucci dopo il no al reintegro: “Potevano dirmelo prima”. E la redazione di Report si difende

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sigfrido Ranucci non le manda a dire. A margine del suo spettacolo “Diario di un trapezista” al teatro Duse di Bologna, il giornalista ha commentato con una punta di amarezza la nota diffusa in giornata dalla squadra di Report, con cui i colleghi hanno preso le distanze dalle motivazioni dell’ordinanza del Tribunale di Roma che ieri ha respinto il suo ricorso urgente per tornare alla conduzione del programma di Rai3.

“Magari potevano mandare un messaggio un po’ prima, in maniera anche forte”, ha detto Ranucci, secondo cui la presa di posizione è arrivata solo “perché si sono resi conto che sull’ordinanza c’era il giudice che ha rigettato il ricorso motivandolo, attingendo a una serie di dichiarazioni degli amici”.

La ricostruzione della redazione

La nota della squadra di Report era arrivata nel pomeriggio, a poche ore di distanza dalla decisione del giudice del lavoro Donatella Casari. “Nessuno di noi ha mai sfiduciato Sigfrido, né ha mai chiesto la sua rimozione”, si legge nel comunicato, che respinge al mittente la narrazione di una redazione spaccata tra “traditori e collaborazionisti”.

I giornalisti hanno ricostruito i passaggi che, secondo loro, hanno preceduto la rottura: già a giugno, prima dello scandalo Lavitola, il gruppo degli inviati aveva proposto di affiancare a Ranucci due coautori nella gestione del programma; a luglio l’intera squadra aveva avanzato una nuova proposta, votata quasi all’unanimità in assemblea, che prevedeva due coautori al suo fianco e un coordinamento della redazione e degli inviati.

“Lo scopo era uno solo: non lasciarlo solo nel momento più difficile e mettere in prima linea la squadra, a protezione del programma”, hanno spiegato, precisando che “le decisioni sulla conduzione le ha prese l’azienda”.

Il “rumore mediatico” e le opzioni sul tavolo

Ranucci non ha risparmiato un passaggio duro sulle motivazioni dell’ordinanza. “È passato un concetto: che si può rimuovere un giornalista in base al rumore mediatico, poco importa se sia vero o falso. Non credo sia giusto”, ha affermato, sostenendo che “ci sono stati 350 articoli falsi che hanno condizionato le opinioni delle persone”. Il riferimento è alle dichiarazioni di alcuni suoi ex “amici” — tra cui Michele Santoro, Corrado Formigli e Roberto Saviano — finite, secondo la sua ricostruzione, agli atti del procedimento.

Sul futuro immediato, il giornalista ha spiegato di avere “tempo fino a lunedì” per rispondere alle tre opzioni alternative offertegli dalla Rai: vicedirettore al Tg3, un ruolo a RaiNews24 oppure corrispondente dal Cairo. “Mi consulterò anche con i legali e vedremo quali saranno le strade più opportune”, ha detto, aggiungendo però che, se non ci sarà più spazio per fare il giornalista, “qualche altra cosa, ma sempre per l’impegno civile, me la inventerò. Mi sento giovane per la pensione”.

Il dispositivo del giudice e il precedente della sospensione

La decisione del Tribunale di Roma, depositata ieri, ha confermato la legittimità della riorganizzazione aziendale voluta da Viale Mazzini a fine agosto. La giudice ha ritenuto che la sostituzione di Ranucci alla guida di Report non costituisca una sanzione disciplinare, ma rappresenti un “legittimo strumento di tutela del sereno operare” del programma, di fronte alle tensioni createsi tra il conduttore e la “quasi totalità” del suo gruppo di lavoro dopo il caso Lavitola.

La vicenda giudiziaria si intreccia con un altro fronte aperto: la Rai ha recentemente comminato a Ranucci dieci giorni di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione, provvedimento che i suoi legali hanno annunciato di voler impugnare. Tra le contestazioni disciplinari, figurano alcune mail aziendali inoltrate a Valter Lavitola e un post pubblicato sui colleghi Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, indicati inizialmente dall’azienda come nuovi conduttori del programma.

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