La casa famiglia ai legali di Catherine: «Mai impedito alla madre di vedere i figli, nessuna porta chiusa»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un secondo e ancora più duro affondo, una replica serrata alle ricostruzioni fornite dai legali di Catherine Birmingham e filtrate attraverso alcuni organi di stampa, arriva dalla dirigenza della casa famiglia che dal 20 novembre ospita i tre bambini della cosiddetta "famiglia nel bosco". La struttura, situata a Vasto e dove la stessa madre risiede al secondo piano, contesta punto su punto l'immagine di una separazione forzata e dolorosa, costruita attorno a porte sbarrate che avrebbero impedito alla donna l'accesso notturno ai figli. Nessuno, spiegano i responsabili della comunità, ha mai fisicamente bloccato il passaggio di mamma Catherine verso il piano inferiore dove dormono i piccoli, né tantomeno le è mai stato interdetto di trascorrere del tempo con loro.

Anzi, nella nota diffusa in queste ore si precisa che in diverse occasioni la donna è scesa di sua spontanea volontà per condividere il sonno con i bambini o li ha portati nel proprio alloggio, ribaltando di fatto la narrazione di un isolamento imposto. Si tratta di una precisazione non secondaria, perché va a incidere direttamente sul concetto di "trauma da separazione" evocato più volte dai difensori della coppia, quello stesso dolore che secondo le dichiarazioni rilasciate dalla nonna materna ai programmi televisivi porterebbe i nipoti a mordersi le dita e a manifestare evidenti segni di disagio psicologico.

Le regole della convivenza e il racconto del dolore

Se da un lato la struttura respinge le accuse di rigidità, dall'altro emergono con sempre maggiore chiarezza le difficoltà quotidiane di un nucleo familiare sottoposto a una pressione inaudita. Catherine, in un momento di sconforto raccolto da chi le è stato vicino all'indomani di una visita psichiatrica disposta dal tribunale per i minorenni dell'Aquila, avrebbe confidato la crescente insofferenza dei figli: litigi continui tra loro, un’irrequietezza di fondo e una sostanziale incapacità, da parte sua, di esercitare quella autorevolezza che in passato, nella solitudine del casolare nel bosco di Palmoli, appariva invece scontata. Le parole della donna dipingono il ritratto di una madre che vede sgretolarsi la propria centralità affettiva, schiacciata non solo dalle prescrizioni giudiziarie ma anche dalla routine comunitaria che impone orari e modalità di relazione diverse da quelle a cui i piccoli erano abituati.

La dirigenza, tuttavia, ribadisce che le regole sono uguali per tutti gli ospiti e che l'eccezionalità della situazione — con la madre alloggiata nello stesso stabile — rappresenta già un tentativo di mediazione tra le esigenze di tutela dei minori e il mantenimento del legame genitoriale. Una mediazione che, a giudicare dagli ultimi sviluppi, appare quanto mai complessa.

Il nodo delle visite e la percezione della madre

Centrale, in questa fase, diventa la questione della cosiddetta "porta chiusa". I legali della famiglia avevano insistito sull'idea che fosse stato negato a Catherine l'accesso notturno ai bambini, una circostanza che, se confermata, avrebbe configurato un inasprimento incomprensibile della misura. La replica della casa famiglia smentisce seccamente questa versione, affermando che la donna ha sempre avuto la possibilità di raggiungere i figli e che anzi, in più di un'occasione, lo ha fatto. La precisazione arriva in un momento particolarmente delicato: a giorni sono attese nuove valutazioni tecniche, e il clima attorno alla vicenda si fa incandescente, con dichiarazioni che si rincorrono e punti di vista diametralmente opposti.

Intanto dalla madre continuano a filtrare messaggi di sconforto. In uno degli ultimi sfoghi, riferito sempre da fonti vicine alla coppia, Catherine avrebbe parlato di incubi notturni del figlio più piccolo, il quale si sveglierebbe urlando e non riuscirebbe a calmarsi nemmeno tra le sue braccia. Un quadro di sofferenza che, secondo i parenti giunti dall'Australia per sostenerla, sarebbe la prova evidente dei danni provocati dall'allontanamento dalla casa nel bosco. Ma la comunità, nella sua nota, respinge al mittente anche queste accuse indirette, ribadendo la propria estraneità a qualsiasi forma di ostruzionismo e anzi rivendicando la piena disponibilità dimostrata in questi mesi.

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