La casa famiglia di Vasto e l’accusa di mamma Catherine: “Invece di ascoltarli, ai miei figli hanno dato zucchero, istruzione e siringhe”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda giudiziaria che ruota attorno alla cosiddetta “famiglia nel bosco” si arricchisce di un nuovo, doloroso capitolo, segnato da una contrapposizione sempre più netta tra la percezione materna e quella degli operatori incaricati di seguire i minori. Catherine Birmingham, la madre dei tre bambini allontanati lo scorso novembre dalla loro casa di Palmoli, ha rotto il silenzio con una lettera indirizzata alla tutrice Maria Luisa Palladino e alla curatrice Marika Bolognese, figure nominate dal tribunale per i minorenni dell’Aquila, depositata agli atti e riportata oggi da diversi organi di stampa -1-5. Nel testo, scritto in inglese dalla struttura protetta di Vasto dove vive insieme ai figli di 6 e 8 anni, la donna dipinge un quadro di sofferenza quotidiana che i piccoli si troverebbero ad affrontare lontani dal loro contesto originario.

Le parole di Catherine Birmingham descrivono un disagio che si manifesta in comportamenti che lei stessa definisce regressivi e sintomi di un trauma profondo: i bambini, nella sua ricostruzione, masticherebbero in maniera compulsiva dita, vestiti e capelli, arrivando a rompere oggetti, a disegnare con rabbia sui muri e a mostrare segni di autolesionismo -1. Racconta di risvegli notturni straziati da “urla orribili”, un grido silenzioso che la madre interpreta come la richiesta disperata di un ritorno alla vita precedente -5. Al centro della sua denuncia, la sensazione di un ascolto negato: i bambini, scrive, avrebbero più volte espresso il desiderio di tornare a casa, dal padre, dai loro animali e dai loro amici, ma quelle richieste sarebbero state sistematicamente “ignorate, liquidate, non credute” da chi, al contrario, avrebbe il dovere di tutelarli -1.

Il racconto della quotidianità negata e le restrizioni contestate

Nella sua missiva, Catherine Birmingham non si limita a descrivere il presunto malessere psicologico, ma entra nel merito delle limitazioni concrete che, a suo dire, sarebbero imposte ai minori all’interno della comunità. Parla di divieti che inciderebbero sulla loro già fragile libertà, come quello di andare in bicicletta attorno all’edificio o di svolgere attività all’aria aperta in spazi che consentano una maggiore prossimità con lei -5. Il riferimento ai doni ricevuti – “zucchero, istruzione e siringhe” – suona come una metafora amara e provocatoria per descrivere un’assistenza che, agli occhi della madre, appare standardizzata e incapace di cogliere la specificità del dolore dei suoi figli, i quali verrebbero in questo modo privati di ogni “meccanismo di difesa” -1-5. La separazione forzata dal contesto familiare, secondo questa prospettiva, avrebbe già prodotto un impatto devastante, trasformando la struttura pensata per proteggere in un luogo di sofferenza.

Le posizioni degli operatori e i nuovi atti difensivi

A fronte delle accuse mosse dalla madre, filtrano intanto le prime valutazioni da parte dei servizi sociali, che dipingono una situazione opposta, caratterizzata da un progressivo irrigidimento della donna e, di riflesso, dei bambini. Secondo quanto si apprende, gli assistenti sociali parlerebbero di una “totale chiusura al confronto” da parte di Catherine Birmingham, una rigidità che si sarebbe riverberata anche sull’atteggiamento dei minori, i quali, col passare delle settimane, tenderebbero a sottrarsi all’interazione con gli operatori e persino al gioco -8. Un quadro di incomunicabilità che sembra allontanare ogni possibilità di una mediazione serena. Nel frattempo, la difesa dei genitori ha presentato un’istanza per la revoca del provvedimento di sospensione della responsabilità genitoriale, supportata da una relazione tecnica del neuropsichiatra Tonino Cantelmi. Il consulente di parte, dopo aver visionato un centinaio di file tra foto e video, parla di immagini “scioccanti” che ritrarrebbero i bambini in uno stato di sofferenza e disagio crescenti, con manifestazioni cliniche riconducibili al trauma da sradicamento -1.

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