La casa famiglia di Vasto chiede il trasferimento di Catherine e dei bambini: "Permanenza non più sostenibile"
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Redazione Interno
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La vicenda giudiziaria e umana della cosiddetta famiglia nel bosco, che da mesi tiene banco nelle cronache giudiziarie abruzzesi, registra un nuovo e significativo scossone. I responsabili della struttura di accoglienza di Vasto, dove dallo scorso novembre sono ospitati Catherine Birmingham e i suoi tre figli, hanno ufficialmente richiesto al tribunale per i minorenni dell’Aquila di valutare con urgenza il trasferimento dell’intero nucleo in una sede alternativa. Alla base dell’istanza, che porta la firma della psicologa Lucia Fiorillo in qualità di responsabile del servizio minori, vi è un giudizio ormai netto e motivato: l’attuale convivenza, segnata da un crescendo di tensioni, è divenuta insostenibile, non solo per la donna ma soprattutto per la serenità e il benessere psicologico dei minori coinvolti e degli altri ospiti della comunità.
Il racconto delle tensioni quotidiane
Nella relazione inviata ai giudici, datata 25 febbraio, vengono descritti comportamenti che la madre metterebbe in atto in spregio alle regole fondamentali della struttura, trasformando di fatto la sua permanenza in una sorta di soggiorno autonomo e non concordato. Catherine, si legge nel documento ripreso da fonti di stampa, ignorerebbe sistematicamente i ruoli e le figure professionali presenti, decidendo in piena autonomia modalità e tempi di condivisione con i figli. Un esempio concreto, riportato dagli operatori, riguarda la gestione degli spazi: alla donna è concessa la possibilità di trascorrere l’intera giornata con i bambini, compresa la notte nella loro camera, ma i momenti di vita comune andrebbero vissuti negli spazi comuni al piano terra. Eppure, secondo quanto documentato dall’equipe, Catherine avrebbe più volte condotto i figli al secondo piano, nel suo alloggio privato, per periodi prolungati, facendoli rientrare negli spazi condivisi solo per rispondere a proprie esigenze personali, come riposare o attendere a conversazioni telefoniche. Una dinamica, questa, che gli educatori non sarebbero più in grado di gestire o impedire senza innescare reazioni rabbiose.
Reazioni e isolamento
Il quadro che emerge dalle cronache locali è quello di una madre che appare sempre più insofferente ai controlli e alle indicazioni, tanto da reagire con ira e insulti ogni qualvolta ci si prova a richiamarla al rispetto delle regole. Gli operatori descrivono una donna che sembra aver interpretato la struttura protetta come un albergo, circondandosi di persone esterne senza autorizzazione. In una circostanza, Catherine avrebbe fatto entrare in comunità una donna presentandola come un’amica, giustificando la scelta di incontrarla all’interno con la volontà di non lasciare i figli, che avrebbe definito ansiosi e stressati. In un’altra occasione, si sarebbero presentate altre due donne al cancello, ma i bambini non le avrebbero riconosciute né salutate, un dettaglio che ha insospettito ulteriormente il personale. Dal 30 gennaio, inoltre, la struttura ospiterebbe ogni venerdì pomeriggio un gruppo di amici della donna, inizialmente due e poi fino a quattro persone, venuti per suonare, una situazione che i responsabili non ritengono più accettabile perché altera la quotidianità di una comunità che ospita altri minori in difficoltà.
Le valutazioni degli esperti
A fronte di questa escalation, la richiesta al tribunale è chiara: si sollecita l’individuazione di modalità e direttive alternative di collocamento, più funzionali per l’intero nucleo, al fine di tutelare il benessere dei tre bambini, la cui crescita e stabilità emotiva rischiano di essere compromesse da un clima di continua tensione. Lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente di parte, ha commentato la situazione riconoscendo la complessità del caso, una complessità che forse una casa famiglia tradizionale, con le sue risorse e la sua organizzazione, non è strutturata per contenere. La separazione forzata e le modalità di questa accoglienza, secondo il suo parere, rischiano di produrre conseguenze peggiori dei problemi iniziali che avevano portato all’allontanamento. Intanto, la perizia psicologica affidata alla ctu Simona Ceccoli prosegue, con l’ascolto dei bambini previsto per i primi giorni di marzo, mentre il padre Nathan Trevallion, che pure aveva manifestato la disponibilità a ristrutturare il casolare di Palmoli per adeguarlo alle richieste delle autorità, segue la vicenda da lontano, con i contatti con i figli contingentati e regolamentati.




