La casa famiglia di Vasto: "Mai impedito a mamma Catherine di vedere i bambini, anzi alcune notti dormono insieme"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il consiglio di amministrazione della casa di accoglienza Genova Rulli di Vasto, struttura che dallo scorso novembre ospita Catherine Birmingham e i suoi tre figli – allontanati dal casale di Palmoli con un provvedimento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila –, ha rotto il silenzio stampa per la seconda volta nel giro di tre giorni, e lo ha fatto con l’intenzione di ribattere punto su punto a quelle che definisce, senza mezzi termini, una vera e propria campagna denigratoria. Una campagna che, a detta della fondazione, non starebbe colpendo soltanto l’operato degli educatori e della direzione, ma finirebbe indirettamente per ledere la dignità e la serenità degli stessi minori ospiti, la cui quotidianità – fatta di scuola, attività sportive e oratorio – si troverebbe quotidianamente esposta al flash dei riflettori mediatici. Nel mirino della replica, infatti, ci sono alcune ricostruzioni giornalistiche e dichiarazioni dei legali della coppia anglo-australiana che avrebbero dipinto un quadro di rigida separazione tra la madre e i piccoli: un quadro che, per la struttura, non corrisponderebbe affatto alla realtà dei fatti.

“Quella porta non è mai stata chiusa a chiave, anzi Catherine dorme spesso con loro”

Il cuore della controversia, e cioè la presunta imposizione di barriere architettoniche e organizzative volte a separare fisicamente Catherine dai figli durante le ore notturne, viene dunque affrontato con dovizia di particolari dalla nota diffusa dalla casa famiglia. Mai, spiegano dalla Genova Rulli, è stato impedito alla donna di raggiungere i bambini: anzi, in più di un’occasione sarebbe accaduto esattamente il contrario. La madre, che occupa un appartamento al secondo piano della struttura, sarebbe scesa diverse sere – e continuerebbe a farlo – nelle stanze dei piccoli, al piano terra, per trascorrere l’intera notte con loro o, in alternativa, li avrebbe portati su nel suo alloggio. Quanto alla famosa porta di cui si è discusso in queste settimane, la fondazione tiene a precisare che non si tratta dell’uscio delle camere da letto dei minori, bensì di un passaggio comune dotato di maniglione antipanico: un dispositivo che, per sua natura, consente l’apertura dall’interno in qualsiasi momento e che nessuno, tantomeno gli educatori, avrebbe mai potuto chiudere a chiave dall’esterno per segregare i bambini. L’unica volta in cui si è reso necessario chiudere quel varco – e lo si è fatto, sottolineano, a tutela dell’incolumità fisica dei tre – è stata quando i piccoli, eludendo la supervisione, avevano tentato di salire ai piani superiori, dove si trovano scale, terrazze e locali non a loro destinati, per raggiungere la mamma.

Le parole della mamma: “I bambini sono infelici, litigano e piangono”

Proprio mentre la struttura di Vasto cerca di ristabilire quella che ritiene la corretta versione dei fatti, emergono nuovi e preoccupanti frammenti dello stato d’animo di Catherine Birmingham, la cui fragilità emotiva è apparsa in tutta la sua evidenza al termine dell’ultima seduta di valutazione psichiatrica disposta dall’Autorità Giudiziaria. Accompagnata dal marito Nathan Trevallion e dai suoi legali, la donna è apparsa stanca ancor prima di entrare nello studio della psicologa, per poi uscirne in lacrime dopo un’ora e mezza di colloquio e test grafici. A chi le è vicino, Catherine avrebbe confidato il suo dramma quotidiano: la paura, che definisce atroce, di non riuscire più a proteggere i propri figli, specialmente durante la notte, e la constatazione di un cambiamento profondo nei piccoli, che descrive come sempre più arrabbiati e infelici. Litigano tra loro, spiega la madre, e lei non riesce più a esercitare quella naturale autorevolezza che aveva caratterizzato la loro vita prima del provvedimento di allontanamento. Un’infelicità, quella dei bambini, che sarebbe stata notata anche dai nonni materni, giunti dall’Australia e preoccupati per quello che definiscono lo smarrimento e il trauma dei nipoti, il cui benessere – sostiene la difesa della coppia – sarebbe ormai minato in modo preoccupante dalla prolungata deprivazione genitoriale.

Il sistema di tutela sotto accusa e la difesa del lavoro educativo

Dall’altra parte, tuttavia, la fondazione che gestisce la casa famiglia respinge al mittente qualsiasi accusa di inadeguatezza o di rigidità punitiva, difendendo con forza il ruolo delle comunità educative quali presidi di civiltà giuridica e sociale. Una struttura, quella di Vasto, che vanta oltre venticinque anni di attività e un’équipe composta da educatrici professionali laureate, coordinate da una psicoterapeuta con due decenni di esperienza nel settore della tutela minorile. Ogni scelta organizzativa, spiegano dalla fondazione, viene presa in stretta osservanza delle indicazioni dell’Autorità Giudiziaria e con l’unico obiettivo di garantire protezione e opportunità di crescita ai minori, non certo per infliggere loro sofferenze aggiuntive. In questo senso, l’utilizzo di termini come “prigione” o “41 bis” per descrivere la comunità educativa viene considerato non solo gravemente offensivo nei confronti dei professionisti che vi operano, ma anche e soprattutto lesivo per gli stessi bambini accolti. Un invito, quello della casa famiglia, a un esercizio responsabile del diritto di cronaca, affinché si spengano al più presto i riflettori su una vicenda complessa e si restituisca a quei minori – che non hanno voce per difendersi – la possibilità di vivere la loro quotidianità in modo protetto e lontano dalle telecamere. L’auspicio, in ultima analisi, è che si torni a parlare dei fatti, e solo di quelli, senza alimentare polemiche che rischiano di aggiungere ulteriore dolore a una situazione già di per sé drammatica.

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