L'oro nel bear market: il paradosso di un bene rifugio che crolla in tempo di guerra

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La fulminea ascesa dell'oro, che a gennaio aveva sfiorato i 5mila dollari l'oncia toccando quota 5.600 in alcune fasi di particolare euforia speculativa, si è trasformata in altrettanto rapido declino: con una flessione superiore al 20% dai massimi storici, il metallo prezioso è ufficialmente entrato in quella che gli operatori definiscono "bear market".

Una correzione, quest'ultima, che assume i contorni del paradosso se solo si considera che essa si è intensificata proprio nel corso del conflitto in Iran: una guerra che, intuitivamente, dovrebbe spingere la domanda di asset rifugio invece di innescarne la dismissione. I dati parlano chiaro: il prezzo spot è scivolato sotto la soglia psicologica dei 4.200 dollari, attestandosi sui 4.112 dollari e registrando perdite settimanali che non si vedevano dai primi anni Ottanta.

Il meccanismo nascosto dei tassi e del dollaro forte

Per comprendere questa inversione di tendenza – apparentemente illogica per chi considera l'oro esclusivamente un rifugio antiturbamento – occorre abbandonare le semplificazioni. L'oro, è bene ricordarlo, non genera flussi di cassa, e la sua detenzione implica un costo opportunità che cresce in modo esponenziale quando i rendimenti obbligazionari salgono.

Ed è proprio qui che si innesta l'effetto della guerra in Medio Oriente: l'impennata del petrolio (il Wti è tornato in area 100 dollari, il Brent si avvicina a 120) ha riaperto scenari inflazionistici dal lato dell'offerta, spingendo i mercati a rivedere al rialzo le attese sui tassi d'interesse. Le banche centrali, a partire dalla Federal Reserve, hanno preso tempo; il mercato, che non può permettersi questo lusso, ha già scontato uno scenario più restrittivo.

Ne consegue un doppio effetto boomerang: da un lato, i rendimenti dei Treasuries risalgono (il decennale si è avvicinato al 4,4%), rendendo le obbligazioni più attraenti del lingotto; dall'altro, il dollaro si rafforza, erodendo ulteriormente il potere d'acquisto delle materie prime denominate in divisa americana. Una tempesta perfetta che ha spazzato via in poche settimane i guadagni accumulati nei quattro anni precedenti.

La sete di liquidità e la corsa alla porta

A questo meccanismo di natura macroeconomica si aggiunge un fattore comportamentale, spesso sottovalutato nei momenti di euforia: la sete di liquidità. Nelle fasi di stress acuto, come quella innescata dall'escalation nel Golfo Persico, gli operatori tendono a liquidare gli asset più facilmente negoziabili per far fronte a margin call o per ripianare perdite su altre posizioni. L'oro, per la sua profondità di mercato e per la facilità con cui può essere convertito in contante, diventa in queste circostanze un bersaglio privilegiato.

I dati sugli Etf del metallo giallo sono eloquenti: riscatti massicci nelle ultime settimane, a testimonianza di una fuga che ha coinvolto sia gli investitori istituzionali sia quelli retail, questi ultimi spesso intrappolati in prodotti a leva che amplificano la volatilità al ribasso. Il paradosso si fa beffa della logica: il bene rifugio per eccellenza viene venduto proprio quando la protezione servirebbe di più, vittima di una dinamica di corsa alla porta che ne inverte la tradizionale funzione.

Le banche centrali cambiano rotta: dalle riserve alle vendite

L'elemento forse più significativo, quello che aggiunge un ulteriore strato di complessità a questo scenario già di per sé torbido, riguarda il comportamento delle banche centrali. Per anni, gli acquisti record da parte di istituti come quelli di Russia, Turchia e Polonia avevano rappresentato uno dei principali sostegni strutturali al prezzo dell'oro. Oggi, quella musica sembra essere cambiata.

Mosca, al quarto anno di guerra contro l'Ucraina e messa alle strette dalle sanzioni che la tagliano fuori dal sistema del dollaro, ha cominciato a vendere: tra gennaio e febbraio ha liquidato 15 tonnellate, le maggiori vendite dal 2002. Varsavia, che solo lo scorso anno aveva accumulato più riserve auree della stessa Banca centrale europea, sta valutando se monetizzare parte delle plusvalenze per finanziare un programma di riarmo nazionale.

Ankara, infine, fatica a sostenere il dispendioso programma di sostegno della lira turca e potrebbe presto mettere sul mercato le sue consistenti riserve depositate presso la Bank of England. Un'inversione di rotta che, se dovesse diffondersi ad altri Paesi importatori di petrolio (oggi messi in ginocchio dal caro energia), rischierebbe di trasformare quella che era una corrente di sostegno in una vera e propria marea ribassista per il metallo giallo.

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