Oro, dal record storico al crollo in bear market: la guerra sbaglia il bersaglio e i tassi tengono il lingotto sotto scacco

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quel che doveva essere il trionfo definitivo dell’oro come bene rifugio si è trasformato, nel giro di pochi mesi, nella sua caduta più rapida dal 2008. Dopo aver toccato quota 5.596 dollari l’oncia a fine gennaio sul mercato spot londinese, il metallo giallo ha subito una correzione superiore al 20%, entrando ufficialmente in quello che gli operatori definiscono “bear market” (ovvero una fase ribassista caratterizzata da un calo prolungato di almeno un quinto rispetto al picco più recente).

Una parabola discendente che ha portato le quotazioni attuali ad aggirarsi intorno ai 4.100 dollari, con punte minime toccate addirittura sotto questa soglia psicologica, complice una combinazione letale di dollaro forte e rendimenti obbligazionari alle stelle che hanno svuotato l’appeal del lingotto, tradizionalmente percepito come una copertura contro ogni tempesta finanziaria.

La fine del rally dei “soldi facili” e la scivolata sotto la media mobile

La fine di gennaio aveva lasciato gli investitori senza fiato: in quattro giorni l’oro aveva infranto sei soglie psicologiche, passando da 5.000 a 5.500 dollari con una volatilità inaudita. Ma il colpo di scena, per chi seguiva il filo della politica monetaria, è arrivato subito dopo.

La pressione ribassista, infatti, non è stata innescata da una tregua o da una riduzione dei rischi, ma precisamente dalle aspettative di una Federal Reserve più aggressiva (con il mercato che ha iniziato a scontare un rialzo dei tassi entro dicembre) e dal conseguente rafforzamento del biglietto verde.

A certificare la fine della festa è stata la rottura, avvenuta nei primi giorni di giugno, della media mobile a 200 giorni: un livello che, per gli investitori di medio-lungo periodo, rappresenta una sorta di linea Maginot, oltre la quale la strategia del “comprare sui ribassi” cessa di essere premiata e lascia spazio a un mercato dominato dai trader veloci, dai livelli tecnici e dai dati macroeconomici.

Uno scenario geopolitico paradossale: la guerra fa male all’oro

Il paradosso che attanaglia il mercato è sotto gli occhi di tutti: nonostante le tensioni in Medio Oriente (con i relativi attacchi a obiettivi iraniani e l’impennata del petrolio oltre i 94 dollari al barile), l’oro non solo non vola, ma accelera la discesa. Il motivo è da ricercare nella natura “inflattiva” del conflitto attuale.

Diversamente dalle crisi finanziarie classiche, dove le banche centrali tagliano i tassi per rilanciare l’economia (cosa che storicamente favorisce l'oro privo di rendita), oggi la guerra spinge al rialzo i costi dell’energia, alimenta le pressioni inflazionistiche e costringe la Fed a mantenere un atteggiamento “hawkish” (restrittivo).

In questo contesto, il lingotto soffre doppiamente: da un lato, il costo-opportunità di detenerlo aumenta (visto che i bond offrono rendimenti reali positivi), dall’altro, un dollaro robusto lo rende più caro per gli acquirenti esteri, riducendone ulteriormente la domanda.

La corsa al ribasso e le nuove soglie tecniche

La seduta del 10 giugno ha rappresentato l’ennesimo atto di questa inversione di tendenza, con l’oro sceso a 4.117 dollari, il minimo dal marzo scorso. I flussi in uscita dagli Etf, che hanno visto una riduzione delle partecipazioni fisiche per 88 tonnellate solo nell’ultimo periodo, confermano l’abbandono della nave da parte degli investitori speculativi. Se la barriera psicologica dei 4.000 dollari dovesse cedere, gli analisti non escludono una prosecuzione del calo verso i 3.

500 dollari, a meno di una rapida riapertura dello Stretto di Hormuz che possa ricomporre il puzzle energetico e restituire fiato al metallo prezioso. Citigroup, nel frattempo, ha tagliato le stime trimestrali a 4.000 dollari, pur mantenendo un target a 12 mesi di 5.000 dollari, subordinato però a una svolta significativa nelle politiche monetarie espansive o alla risoluzione della crisi nel Golfo.

Al momento, però, il grafico parla chiaro: il vento dell’orso soffia forte, e la cattedrale del "rifugio sicuro" è stata momentaneamente evacuata per lasciare spazio alla sala operative dei mercati.

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