La Commissione Ue valuta legittimi i centri di rimpatrio in Albania: «Si applicherà la legge italiana»
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Redazione Interno
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Mentre il dibattito sull’immigrazione continua a infiammare il panorama politico europeo, la Commissione Ue ha preso posizione riguardo al controverso accordo tra Italia e Albania per l’istituzione di centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) nel territorio albanese. Markus Lammert, portavoce della Commissione per gli Affari interni, ha chiarito durante il consueto briefing con i giornalisti che l’iniziativa, «in linea di principio, è compatibile con il diritto europeo», poiché nei centri verrà applicata la legislazione italiana.
Il protocollo, siglato lo scorso novembre dalla premier Giorgia Meloni e dal primo ministro albanese Edi Rama, prevede la creazione di strutture a Gjader e Shengjin, inizialmente pensate per la gestione delle domande d’asilo, ma il cui perimetro è stato successivamente ampliato per accogliere anche migranti già destinatari di un decreto di espulsione. Una svolta che, secondo Bruxelles, non viola gli obblighi internazionali né i diritti fondamentali, sebbene il concetto di return hubs – previsto dal nuovo Patto su migrazione e asilo in vigore dal 2026 – non sia ancora formalmente operativo.
Meloni, intervenuta in videocollegamento al vertice globale sull’immigrazione illegale organizzato a Londra, ha rivendicato con orgoglio l’accordo, definendolo un «modello pionieristico» che, nonostante le critiche iniziali, sta guadagnando consensi persino a livello comunitario. «L’Ue stessa – ha sottolineato – sta valutando l’ipotesi di replicare l’approccio in altri Paesi terzi».




