Aversa: “Errori di Tavares, meglio puntare sull’ibrido”
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Redazione Economia
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L’analisi, che arriva da una voce autorevole del settore, traccia un bilancio severo sulla strategia adottata dal gruppo automobilistico negli ultimi anni. Stefano Aversa, presidente per il mercato Europa e vicepresidente globale di AlixPartners, esperto con oltre quattro decenni di attività, non usa mezzi termini nel commentare la parabola dell’era Tavares. La scommessa, spinta con particolare decisione su marchi come Alfa Romeo e Maserati, è stata quella di puntare in modo preponderante sull’elettrico puro, una scelta che alla prova dei fatti, secondo l’esperto, non ha retto e che forse avrebbe richiesto tempi più dilatati. Si è trattato, nelle sue parole, di “una scommessa forte” il cui esito, purtroppo, non è stato positivo, aprendo la strada a una fase di profonda riorganizzazione per l’intero colosso.
La drastica pulizia di bilancio sotto Filosa
I numeri, del resto, parlano in maniera inequivocabile e fotografano una transizione tutt’altro che indolore. Con un crollo in Borsa che ha superato il 25% in una singola sessione e una perdita di valore di oltre sessanta miliardi in due anni, il gruppo ha chiuso i conti con un capitolo estremamente costoso. La chiusura definitiva di quell’era è stata sancita dall’operato del nuovo amministratore delegato, Antonio Filosa, il quale ha varato un “reset strategico” di portata epocale. Una manovra, questa, che ha comportato ventidue miliardi di oneri straordinari e perdite fino a diciannove miliardi, con i dividendi azzerati e l’intera organizzazione costretta a reimpostarsi radicalmente. Filosa, pur evitando di citare direttamente il predecessore, non è stato affatto tenero nel giudicare le scelte operative della precedente gestione, indicando nella retromarcia sull’elettrico una necessità improrogabile.
La costosa retromarcia sul fronte elettrico
Quella di Stellantis, in effetti, rappresenta soltanto l’esempio più recente e vistoso, data la vicinanza e le dimensioni dell’azienda, di un ripensamento generale che sta investendo l’intero settore automotive. L’addio, o quantomeno il brusco rallentamento, nei confronti dei modelli completamente elettrici (i cosiddetti Bev) segna una pausa di riflessione obbligata dopo anni di entusiasmo quasi dogmatico. Chi aveva immaginato un futuro a zero emissioni già dietro l’angolo, insomma, doveva fare i conti con una realtà dei fatti ben più complessa e con dinamiche di mercato che hanno imposto una virata. Il gruppo, pertanto, si trova oggi a dover navigare in acque inesplorate, bilanciando gli ingenti investimenti già sostenuti con la necessità di offrire al mercato soluzioni ibride e tecnologiche più graduali, le quali paiono avere, almeno nel medio periodo, migliori prospettive di diffusione.
Le implicazioni di una transizione non lineare
La svolta, annunciata senza giri di parole, trascina con sé interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine di certi modelli industriali, costruiti su previsioni di crescita che non si sono materializzate. La transizione ecologica, un processo inevitabile e sacrosanto, mostra dunque tutta la sua natura non lineare, fatta di accelerazioni e correzioni di rotta che le aziende devono essere in grado di gestire. Ciò che emerge dalle ceneri di una strategia troppo aggressiva è la consapevolezza che il percorso verso una mobilità sostenibile è lastricato di sfide tecnologiche, economiche e sociali, le quali richiedono pragmatismo e flessibilità. L’ibrido, in questo contesto, si riconferma come un ponte tecnologico essenziale, una tappa obbligata che forse era stata sottovalutata nella corsa verso l’elettrificazione totale, e sulla quale ora si concentrano gli sforzi per recuperare terreno e credibilità presso gli investitori e il pubblico.




