Finanziamenti all'Ucraina, l'Europa in stallo tra asset russi e nuove risorse
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Redazione Esteri
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Mentre il conflitto entra nel suo millesimo trecentonovantaquattresimo giorno, i ventisette leader dell'Unione si sono confrontati a Bruxelles in un vertice definito "esistenziale", il cui esito è destinato a influenzare gli equilibri continentali. La posta in gioco, come ha sintetizzato il premier polacco Donald Tusk, si riduce a una scelta netta: "o soldi oggi, o sangue domani", una frase che, al di là della retorica, delinea il timore concreto di un riverbero della minaccia ai confini dell'Europa stessa. L'obiettivo dichiarato, ribadito con forza dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, era quello di non abbandonare il tavolo negoziale senza avere garantito a Kiev un sostegno finanziario solido per il prossimo biennio, un impegno che supera la mera solidarietà per diventare questione di sicurezza collettiva.
Il nodo degli asset congelati e la resistenza di Budapest
Al centro delle trattative, protratte fino all'ultimo momento non solo tra i capi di Stato ma anche a livello di sherpa e tecnici, è emersa con prepotenza la questione degli oltre duecento miliardi di asset russi congelati nei territori dell'Unione, dei quali una parte consistente, pari a circa centottantacinque miliardi, è depositata in Belgio. La proposta della Commissione, sostenuta con vigore da diversi paesi, prevede infatti di utilizzare i proventi generati da tali beni per finanziare lo sforzo bellico ucraino, una soluzione che appare come la più diretta, almeno sulla carta. Tuttavia, questa strada si è rivelata impervia, scontrandosi non solo con le cautele legali del governo belga, chiamato a sobbarcarsi una considerevole quota di rischio, ma anche con l'aperta opposizione dell'Ungheria, la cui posizione filorussa è ormai un dato strutturale della diplomazia europea.
Le opzioni alternative e la pressione sul Belgio
Di fronte a questo stallo, che rischiava di far naufragare l'intero vertice, von der Leyen ha presentato una duplice alternativa, costringendo i leader a una decisione perentoria. La prima opzione rimaneva quella di agire attraverso il bilancio comunitario, mentre la seconda prevedeva il ricorso a uno strumento di prestito comune, il cosiddetto "prestito di riparazione", che avrebbe distribuito l'onere finanziario tra tutti gli Stati membri. La Germania, in particolare, ha esercitato una pressione significativa sul Belgio affinché trovasse una mediazione, mentre la presidente della Commissione ha espresso pubblico sostegno a Bruxelles, sottolineando come la condivisione del rischio fosse un principio imprescindibile. "Tutti condividano il rischio", ha affermato, in un appello alla responsabilità collettiva che sembrava voler superare gli egoismi nazionali.
Una scadenza non prorogabile
Il Consiglio si è dunque svolto all'insegna di una urgenza non negoziabile, con la consapevolezza che il tempo a disposizione di Kiev non è infinito e che ogni ritardo nella deliberazione dei fondi si traduce, sul campo, in una vulnerabilità strategica. L'amministrazione di Donald Trump, tornata alla guida degli Stati Uniti, osserva con attenzione le dinamiche europee, rendendo ancor più cruciale per l'Unione dimostrare una autonomia decisionale e di mezzi. La trattativa sugli asset, che ha impegnato anche il Parlamento di Strasburgo, è divenuta così il banco di prova della capacità dell'Europa di tradurre in azioni concrete le sue dichiarazioni di principio, in un momento in cui la posta in gioco trascende i confini ucraini per toccare da vicino la futura credibilità della difesa comune.




