La ritorsione di Teheran e la minaccia di Trump: “Il petrolio non può essere ostaggio dell’Iran, colpirò venti volte più forte”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione nello Stretto di Hormuz, quella via d’acqua che incanala circa un quinto del petrolio mondiale e attraverso la quale transitano, oltre al greggio, quote significative di GNL e prodotti raffinati, è arrivata a un punto di rottura che non si vedeva da decenni. Il presidente americano Donald Trump, utilizzando la sua piattaforma Truth, ha lanciato un ultimatum che lascia poco spazio all'interpretazione: se Teheran dovesse bloccare il flusso petrolifero, la risposta degli Stati Uniti sarebbe sproporzionata, una rappresaglia “venti volte più forte” di quanto già messo in campo dall'inizio delle operazioni militari congiunte con Israele, iniziate lo scorso 28 febbraio. Una dichiarazione, questa, che arriva mentre i mercati globali dell'energia sono già in ebollizione – con un incremento del 40% del prezzo del greggio – e mentre i terminali di stoccaggio degli Emirati Arabi Uniti, a Fujairah, vengono avvolti da colonne di fumo nero a seguito di nuovi attacchi. Trump, nella sua invettiva social, ha definito l’ostruzione della rotta come “un regalo” involontario degli Stati Uniti alla Cina e a tutte quelle economie, principalmente asiatiche, che di quella via marittima sono dipendenti, auspicando anzi che il gesto unilaterale di blocco venga accolto con favore da chi ne trae vantaggio.

Il cielo di Riad in fiamme e la difesa ellenica

La notte scorsa, il quartiere diplomatico di Riad, quello che ospita, tra le altre, l'ambasciata statunitense e diverse rappresentanze occidentali, è stato il bersaglio di un attacco complesso che ha visto l'impiego di droni e missili balistici. Il Ministero della Difesa saudita ha riferito di aver intercettato quattro missili balistici, ma non tutti i detriti sono rimasti confinati in aree aperte o sicure: alcune schegge, cadute in prossimità di una raffineria e di una zona residenziale della capitale, hanno ferito quattro persone, provocando danni materiali limitati ma un impatto psicologico enorme sulla popolazione, scossa dalle esplosioni che hanno illuminato il cielo notturno. A difendere il cielo di Riad, in questa fase critica, ci hanno pensato anche i sistemi missilistici Patriot della Forza aerea ellenica, schierati in Arabia Saudita dal 2021 nell'ambito di un accordo bilaterale e della missione "Integrated Air Missile Defense Concept". Fonti dello Stato Maggiore greco hanno confermato l'intercettazione di due missili balistici, una mossa che Atenei ha frettolosamente definito “puramente difensiva” e non un atto di escalation, sottolineando come la batteria operi secondo le regole di ingaggio previste e senza costituire un coinvolgimento diretto di Atene nel conflitto.

Numeri da guerra aperta: oltre quattrocento droni intercettati

La campagna aerea lanciata dall'Iran contro i paesi del Golfo, in quella che viene presentata come una rappresaglia per l'uccisione della leadership politica e militare iraniana – incluso il leader supremo Ali Khamenei – ha assunto i contorni di una guerra per procura combattuta sui cieli dell'Arabia Saudita e degli Emirati. Secondo i dati diffusi dal Ministero della Difesa saudita, dall'inizio delle ostilità sono stati intercettati e abbattuti non meno di 438 droni ostili e 36 missili balistici e da crociera, con la maggior parte di questi ultimi diretti verso la Prince Sultan Air Base di Al-Kharj e i droni concentrati sulla provincia orientale, dove insistono i principali impianti di raffinazione del regno. Ma se il cielo saudita è sotto pressione, quello degli Emirati Arabi Uniti lo è ancora di più: Abu Dhabi avrebbe assorbito l’urto di oltre 165 missili balistici e più di 541 droni, mentre il Kuwait ha registrato 97 missili e 283 droni diretti sul proprio territorio, a testimonianza di una strategia iraniana che mira a saturare le difese aeree nemiche colpendole su fronti diversificati e logorando nel tempo la capacità di reazione delle coalizioni.

Il vertice di Riyadh e la condanna dei ministri arabi

Proprio mentre i sistemi anti-aerei entravano in azione nei dintorni della capitale saudita, a Riyadh si teneva una riunione consultiva di vitale importanza, un vertice che ha riunito i ministri degli Esteri di una dozzina di paesi arabi e islamici – tra cui Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan e i paesi del Golfo – per discutere le modalità con cui sostenere la sicurezza e la stabilità regionale. L'incontro, voluto per rafforzare la consultazione e il coordinamento, si è concluso con una dichiarazione congiunta di fuoco: i ministri hanno chiesto all'Iran di cessare immediatamente gli attacchi, definiti "deliberati" contro aree residenziali e infrastrutture civili, e hanno affermato il diritto inalienabile degli stati colpiti di rispondere in autodifesa, richiamando l'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Un monito chiaro è arrivato anche sul futuro delle relazioni diplomatiche, subordinate al rispetto della sovranità altrui e al principio di buon vicinato, con un appello specifico a rispettare la risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza ONU che impone di non minacciare la navigazione internazionale, né nello Stretto di Hormuz né in quello di Bab al-Mandeb.

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