Addio al “Late Show”, l’ultima notte di Colbert tra McCartney e la satira che sfidava il potere

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   New York – L’Ed Sullivan Theater, quello dei Beatles del ’64, ieri sera ha spento le luci su un’era. Stephen Colbert, dopo 1.761 puntate e dodici anni di ospiti, ha condotto l’ultima puntata del “Late Show”, giunto alla sua trentatreesima edizione. La CBS ha cancellato il programma, e con esso – a sentire la folla in coda fuori dal teatro – se ne va una delle voci più scomode della televisione americana. Non una semplice chiusura, dicono i fan, ma un piccolo lutto per la libertà di parola, quella vera, quella che non si piega ai potenti.

Quincy Betley, in attesa davanti all’ingresso di Manhattan, lo ha detto senza giri di parole: “Stephen Colbert è un’icona, uno dei migliori satirici del nostro tempo”. E ha aggiunto, con una lucidità che suona quasi come un’accusa, che la situazione delle interferenze politiche nei media è “davvero critica in questo momento”. Serve qualcuno che dica la verità, ha spiegato. E Colbert, per anni, l’ha fatto. Con graffi, ironia e una costanza che nessun altro comico notturno aveva saputo tenere.

Paul McCartney spegne la luce, e l’America della satira va in pace

Il gran finale non poteva essere più simbolico. Paul McCartney, ospite a sorpresa dell’ultima serata, non si è limitato a cantare: è stato lui a spegnere materialmente le luci dell’Ed Sullivan Theater, lo stesso palco dove i Beatles suonarono per la prima volta negli Stati Uniti nel 1964. Insieme a Colbert, il musicista ha intonato “Hello Goodbye” – che di tempi verbali, in questo caso, è tutto un dire – affiancato da Elvis Costello, Jon Batiste e Louis Cato. L’intera band e lo staff in scena, abbracciati, hanno chiuso una stagione cominciata nel lontano 2015.

Bruce Springsteen, dal palco, ha offerto la battuta più asciutta e insieme più feroce della serata: “Sono qui per sostenere Stephen, il primo in America che ha perso il suo show perché abbiamo un presidente che non sa stare allo scherzo”. Nessun nome, ma il riferimento era limpido. Donald Trump, che ormai da più di un anno siede di nuovo alla Casa Bianca, ha sempre considerato Colbert una spina nel fianco: ne aveva chiesto il licenziamento più volte, arrivando a definirlo “una patetica scheggia impazzita” e sollecitando pubblicamente la tv a “farlo dormire”. La richiesta, risalente alla vigilia di Natale di qualche anno fa, rimbalzò dalla Casa Bianca senza mai ottenere soddisfazione. Fino ad ora.

Il fan dalla Finlandia, il Papa che non c’era e l’ovazione di Manhattan

Fuori dal teatro, la ressa era quella delle grandi occasioni. Centinaia di sostenitori si sono radunati per salutare Colbert, e tra loro spiccava Marko Sirka, un oscuro fan volato appositamente dalla Finlandia. C’era anche chi sperava in un colpo di scena divino – il presentatore aveva sognato la visita del Papa – ma il pontefice non si è palesato. Poco importa. L’ovazione che ha accolto l’ultima gag dell’ultima puntata ha ripagato tutto. Per anni il “Late Show” è stato lo spettacolo di tarda serata con il rating più alto d’America, e gran parte del merito andava alla satira graffiante del suo conduttore.

Non ci sono state polemiche sul palco, né recriminazioni. Colbert, secondo quanto riferito, ha semplicemente salutato. E la sua voce, quella che per dodici anni ha raccontato con ironia le contraddizioni di un paese sempre più polarizzato, ora tace. Almeno su quel piccolo schermo.

La libertà di parola come spettacolo, e un silenzio che pesa

I fan in coda lo ripetevano come un mantra: “Colbert rappresenta la libertà di parola”. Una frase che suona quasi paradossale in un’epoca in cui i media, sempre più schiacciati da pressioni politiche e interessi economici, faticano a mantenere un profilo indipendente. La cancellazione del programma – decisa dalla CBS – chiude un ciclo non solo televisivo ma culturale. Perché il “Late Show” non era solo intrattenimento: era il luogo dove ogni sera qualcuno prendeva il potere, lo rigirava come un calzino e lo restituiva al pubblico in forma di risata. Senza quella risata, dice qualcuno fuori dal teatro, l’America della satira se n’è andata in pace. Ma non senza aver prima salutato, con una canzone dei Beatles e una luce spenta.

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