Il vicolo stretto di Hormuz e i dieci punti che tengono in scacco Washington

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’annuncio del cessate il fuoco, seppur parziale e della durata di soli quindici giorni, ha subito generato più interrogativi che certezze, complice una tregua che – va detto – non prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz né la sospensione delle operazioni israeliane contro Hezbollah in Libano. A fare da sfondo a questo quadro frammentato, infatti, restano i dieci punti proposti dall’Iran, un documento che il Wall Street Journal ha ricostruito punto per punto e sul quale si è consumato l’estenuante braccio di ferro tra Washington e Teheran. La tregua, mediata dal Pakistan e in vigore in attesa dei negoziati veri e propri fissati per sabato a Islamabad, rappresenta un primo, fragile argine, ma non ha fermato gli attacchi iraniani verso i Paesi del Golfo né le rappresaglie israeliane: un’anomalia, questa, destinata a pesare come un macigno al tavolo delle trattative.

L’asso di Teheran: lo Stretto, l’uranio e la pressione sulle monarchie del Golfo

Ciò che rende unica questa fase del conflitto – e lo si nota dall’architettura stessa dei dieci punti – è l’insolita circostanza per cui a dettare le condizioni non sia stata la coalizione militarmente più potente (Stati Uniti e Israele), bensì un Paese che per trentanove giorni ha subito l’iniziativa avversaria. I Pasdaran, oggi saldamente al timone della politica iraniana, hanno messo nero su bianco richieste che vanno dal cessate il fuolo esteso anche al Libano, fino a un meccanismo di revoca graduale delle sanzioni, passando per il controllo operativo del transito nel Golfo Persico. E proprio lo Stretto di Hormuz diventa l’asso nella manica: finché resterà bloccato, nessuna nave potrà ignorare il volere di Teheran, e questa leva – unita al programma di arricchimento dell’uranio nei siti di Fordo e Natanz – trasforma ogni punto negoziale in una minaccia concreta.

La sfida dell’amministrazione Trump: riscrivere i dieci punti senza perdere la faccia

Dall’altra parte del tavolo, il presidente Trump – in carica ormai da più di un anno, e dunque non più una variabile imprevedibile ma un attore strutturale della crisi – ha ereditato una strategia di “pressione massima” fatta di raid mirati contro i Pasdaran e le loro infrastrutture. Ma ora, con la tregua scadenzata a quindici giorni, i suoi inviati si trovano a dover “riscrivere” i dieci punti iraniani senza apparire come la controparte più debole. Un compito reso ancora più arduo dal fatto che Israele continua la sua offensiva contro Hezbollah in Libano, e che i mediatori pakistani – pur godendo di una certa credibilità – non hanno finora ottenuto garanzie concrete sulla riapertura dello Stretto.

Il nodo di Islamabad: una tregua senza pace, un negoziato senza basi comuni

L’unico elemento su cui Washington e Teheran sembrano concordare, seppur indirettamente, è la volontà di trattare. Ma il diavolo, come sempre, si annida nei dettagli: gli iraniani considerano il blocco di Hormuz come un diritto derivante dalla loro sovranità, mentre gli americani lo classificano come atto di guerra. Nessuna delle due parti ha finora accettato di definire il punto di partenza dei negoziati, e questo rende l’appuntamento di sabato a Islamabad un crocevia potenzialmente esplosivo. Il generale Vincenzo Camporini, interpellato sulla durata del conflitto, ha ricordato come nemmeno Trump possa al momento indicare una data certa per la fine delle ostilità: una dichiarazione che suona come un avvertimento, considerando che la tregua è solo un palliativo e che i raid sui siti nucleari non sono mai stati sospesi del tutto.

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