Guerra Usa-Iran, i banchieri centrali: «Crisi lunga». Ma Wall Street chiude in rialzo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nel nuovo scenario segnato dalle tensioni in Medio Oriente, le banche centrali tornano a muoversi su un terreno incerto, con l’inflazione che mostra segni di risalita, la crescita in fase di rallentamento e i mercati finanziari – sorprendentemente, forse – che continuano a dimostrare una resilienza inaspettata. Il quadro che emerge dalle ultime comunicazioni ufficiali, in particolare dalla relazione annuale del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, e dalle dichiarazioni della presidente della Bce, Christine Lagarde, converge su un punto di crisi ben preciso. Lo choc energetico innescato dal conflitto con l’Iran, e in particolare dall’attacco subito, rischia di produrre effetti economici ben più persistenti di quanto oggi venga generalmente inCorporato nelle aspettative degli analisti. Una prospettiva che mette a rischio la crescita, con l’inflazione che rimane costantemente in agguato.

L’allarme di Panetta, oltre l’ottimismo dei listini

Le parole di un banchiere centrale come Fabio Panetta sono sempre filtrate con cura, perfettamente in linea con il linguaggio misurato e ponderato che caratterizza la politica monetaria. Ed è proprio per questo motivo che le frasi pronunciate oggi, in occasione dell’assemblea ordinaria dei partecipanti di via Nazionale, assumono un peso specifico che va ben oltre la semplice analisi congiunturale. L’inflazione, esplosa in seguito all’aumento dei prezzi energetici dopo l’attacco all’Iran, non viene descritta dal governatore come un fenomeno passeggero. Panetta ha voluto sgombrare il campo da ogni illusione ottimistica: anche nell’ipotesi – al momento puramente teorica – di una rapida cessazione delle ostilità, il ritorno a condizioni di normalità per il mercato dell’energia richiederebbe tempi non brevi. L’Europa, insomma, si trova di fronte a uno shock energetico paragonabile a quello della guerra in Ucraina, con la differenza che questa volta le dinamiche geopolitiche coinvolgono direttamente il Golfo Persico e le rotte di approvvigionamento strategiche.

Il paradosso di Wall Street tra geopolitica e profitti

Eppure, in questo quadro di crescente incertezza, la reazione dei mercati finanziari ha mostrato una frattura significativa rispetto alle preoccupazioni espresse dai vertici delle istituzioni monetarie. Mentre i banchieri centrali mettono in guardia da una possibile “crisi lunga” e dalla persistenza delle spinte inflazionistiche, Wall Street ha invece archiviato la giornata in territorio positivo, confermando una tendenza alla resilienza che lascia perplessi più di un osservatore. Questo comportamento apparentemente schizofrenico del mercato azionario americano può essere letto come un tentativo di separare l’analisi dei fondamentali economici di breve termine dalle tensioni geopolitiche, o forse come la scommessa che l’aumento dei prezzi energetici, per quanto duraturo, possa essere assorbito dalle imprese senza compromettere del tutto la redditività.

L’incertezza energetica e il peso sull’economia reale

L’Europa si trova così esposta a una doppia morsa. Da un lato, l’aumento del prezzo del gas e dei carburanti, che riaccende i timori di una seconda ondata inflazionistica dopo i progressi fatti registrare negli ultimi mesi; dall’altro, il rischio di una frenata della crescita che potrebbe trasformarsi in stagflazione, il peggiore degli scenari per una Bce che cerca di bilanciare il rigore nella lotta ai prezzi con la necessità di non strozzare un’economia già fragile. Le parole di Panetta servono proprio a ricordare che, in un contesto così incerto e in costante evoluzione, l’azione di politica monetaria dovrà mantenersi proporzionata, ma soprattutto coerente con il mandato dell’istituzione. La cautela è d’obbligo, perché lo shock in arrivo dal Medio Oriente non somiglia a un temporale passeggero, ma piuttosto a un mutamento delle condizioni strutturali dell’offerta di energia. E se a ciò si aggiunge un quadro geopolitico complicato dalla presidenza Trump, il compito dei banchieri centrali diventa ancora più complesso, chiamati a navigare in acque dove i vecchi modelli previsivi sembrano aver perso gran parte della loro efficacia.

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