Ricina a Pietracatella, tracce del veleno tra i reperti di casa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le analisi eseguite in Germania avrebbero individuato tracce di ricina su alcuni dei reperti sequestrati nell'abitazione di Pietracatella dove vivevano Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita, morte alla fine del 2025 per avvelenamento. È uno degli elementi più delicati emersi nell'inchiesta sul duplice omicidio, mentre gli investigatori cercano di stabilire attraverso quale alimento, liquido oppure oggetto la sostanza sia entrata in contatto con le vittime. Nel fascicolo aperto contro ignoti non risultano al momento persone indagate e gli accertamenti proseguono sia sul materiale prelevato nella palazzina sia sui dispositivi informatici acquisiti dagli investigatori.

Le analisi a Berlino sui campioni prelevati nell'abitazione

Il lavoro scientifico è concentrato sui 131 reperti raccolti durante il sopralluogo effettuato il 30 luglio nella casa della famiglia. I campioni sono stati trasferiti al Robert Koch Institute di Berlino, chiamato dalla Procura di Larino a rispondere a diversi quesiti tecnici. Gli accertamenti comprendono la ricerca della sostanza tossica nei materiali prelevati nell'edificio e negli alimenti sequestrati tra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio. Le prime indiscrezioni sugli esami tedeschi assumono particolare importanza perché a metà settembre le verifiche iniziali non avevano ancora fornito un risultato definitivo sulla presenza del veleno negli oggetti repertati.

Tra ciò che è stato inviato in Germania figurano tamponi, patch e cosiddette “trappole chimiche” utilizzate durante il sopralluogo, mentre una parte specifica dell'indagine riguarda ciò che si trovava nelle dispense, nel frigorifero e nel freezer. Gli alimenti e i liquidi sottoposti a questo tipo di accertamento sono complessivamente 73. Nell'elenco figurano anche due borracce recuperate nella sala, su un tavolino vicino al camino: una conteneva un liquido, indicato come probabilmente acqua, nel quale erano visibili residui solidi. Una boccetta di vetro rinvenuta nella dispensa dell'abitazione della madre del commercialista conteneva invece una sostanza granulare scura.

Le perquisizioni negli studi e il materiale informatico sequestrato

Negli ultimi giorni l'attività investigativa si è spostata anche fuori dalla palazzina. La Squadra Mobile di Campobasso e personale specializzato hanno perquisito i due studi di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, uno dei quali si trova di fronte all'abitazione della famiglia. Il commercialista si è recato per tre volte in questura nell'arco della stessa giornata, consegnando anche materiale informatico e personale e rispondendo alle domande degli investigatori. La sua posizione, tuttavia, non è quella di indagato nel procedimento per il duplice omicidio. Tra gli oggetti acquisiti dalla Polizia figura anche una borsa che potrebbe essere appartenuta alla moglie.

Un altro fronte riguarda il computer e dieci pen drive sequestrati il 31 luglio. La Procura ha affidato a personale specializzato dello Sco l'estrazione e l'indicizzazione dei dati, con una ricerca che copre un arco temporale molto ampio, dalla prima accensione dei dispositivi fino al loro ultimo utilizzo. Gli accertamenti riguardano, tra l'altro, eventuali navigazioni internet relative alla possibilità di procurarsi ricina, rapporti e contatti delle due donne, annotazioni sugli alimenti consumati prima dei malori, chat, fotografie, registrazioni vocali, note, indirizzi email, profili social e dati sulla posizione dei dispositivi. Il tempo inizialmente indicato per completare questo lavoro è di 60 giorni, salvo proroga.

Dalle autopsie agli esami sul sangue dei familiari

La causa delle due morti è stata definita attraverso una lunga attività medico-legale. La perizia autoptica, depositata alla Procura di Larino e composta da circa 900 pagine, ha attribuito i decessi all'intossicazione da ricina. Gli esami erano iniziati il 31 dicembre all'ospedale Cardarelli di Campobasso e il lavoro dei consulenti aveva richiesto tre proroghe di un mese dopo il primo periodo previsto per gli accertamenti. La ricostruzione scientifica della contaminazione si è poi concentrata sull'individuazione del possibile veicolo attraverso il quale il veleno è stato assunto.

Gli specialisti tedeschi hanno ricevuto anche il compito di cercare anticorpi contro la sostanza nel sangue del marito della vittima e di Alice, l'altra figlia. I campioni erano stati ottenuti con prelievi eseguiti il primo luglio e i primi risultati comunicati agli investigatori non hanno mostrato evidenze di un'esposizione per entrambi. Si tratta di un accertamento distinto da quello condotto sugli oggetti e sugli alimenti: l'obiettivo era verificare eventuali segni di contatto con il veleno anche a distanza di tempo, utilizzando le tecniche disponibili nel laboratorio tedesco.

L'inchiesta giudiziaria procede inoltre su piani differenti. Un filone riguarda il duplice omicidio premeditato contro ignoti, mentre un altro procedimento ha coinvolto cinque medici per l'ipotesi di omicidio colposo; in quest'ultimo il padre e marito delle vittime risulta parte offesa. Dopo le attività del 29 settembre, il giorno successivo la Squadra Mobile ha ascoltato per circa due ore anche un testimone la cui identità non è stata resa pubblica.

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