Ex Ilva, il nodo irrisolto di Taranto tra acciaio e ambiente
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Redazione Interno
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Nella conferenza dei servizi che ha valutato la nuova autorizzazione integrata ambientale (Aia) per l’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, i ministeri dell’Ambiente, delle Imprese, della Salute e dell’Interno hanno dato il via libera. Ma il dissenso è arrivato, netto e senza mediazioni, dalla Regione Puglia, dai Comuni di Taranto e Statte e dalla provincia. La loro obiezione è chiara: nel documento non c’è traccia di decarbonizzazione, mentre si autorizza la continuità produttiva con gli altiforni. Una scelta che, secondo le istituzioni locali, sacrifica la transizione ecologica sull’altare della produzione.
Le associazioni ambientaliste, da parte loro, guardano con cautela al provvedimento, riconoscendone alcuni aspetti positivi ma denunciandone le criticità. Il nodo, però, va oltre la questione tecnica. Taranto è un simbolo, un luogo in cui l’acciaio non è soltanto un’industria ma una storia collettiva, fatta di lavoro e di sofferenza. Qui, lo iodio del mare si confonde con la diossina, e il minerale di ferro è nell’aria che si respira. Un destino segnato fin dagli anni del boom economico, quando l’allora Italsider divenne il motore dello sviluppo, pagando un prezzo altissimo in termini ambientali e sanitari.
“È un fatto gravissimo: il governo ha tirato dritto, ignorando la volontà del territorio”, accusano gli attivisti, che parlano di una “nuova Aia che sacrifica la salute”. L’amarezza è palpabile, soprattutto perché il parere contrario dei rappresentanti locali – dal sindaco di Taranto a quello di Statte, dal presidente della Provincia al governatore della Puglia – è stato sostanzialmente bypassato.
La vicenda dell’ex Ilva, del resto, non è mai stata solo una questione industriale. È un groviglio di interessi economici, diritti dei lavoratori, istanze ambientali e battaglie legali, con processi ancora aperti per disastro ambientale e danni alla salute pubblica. Quello che accade oggi, con l’ennesimo braccio di ferro tra governo e territorio, dimostra che la transizione ecologica a Taranto non può essere soltanto una facciata “green”. Serve un cambio di passo reale, che finora non c’è stato.




