Trump e il bivio del Golfo: l’Europa contesa tra prezzi alle stelle e la fragilità delle rotte

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quattro-cinque settimane: tanto, nella narrativa iniziale, doveva durare l’attacco all’Iran. Quel tempo, però, è ormai scaduto, e il bivio obbligato che si prospetta per Donald Trump – chiamato a decidere le prossime mosse nel Golfo insieme a Israele – diventa, quasi inevitabilmente, il medesimo bivio per l’Europa. A pesare, più che l’esito stesso del conflitto, sono le ricadute economiche immediate su un Vecchio Continente tradizionalmente affamato di gas e petrolio, la cui dipendenza dalle forniture altrui si ripropone in una veste ancora più critica dopo la chiusura del mercato russo dovuta all’embargo.

Se prima la contrazione delle forniture riguardava solo Mosca, ora si aggiunge il blocco de facto di quello mediorientale, strozzato dalle tensioni nello Stretto di Hormuz. Il Rapporto Prometeia, presentato domani, fotografa con lucidità questo stallo: «L’attacco militare contro l’Iran e le tensioni nello stretto di Hormuz hanno bruscamente interrotto i segnali incoraggianti con cui si era aperto il 2026, riportando al centro della scena una fragilità strutturale dell’economia globale: la dipendenza dalla stabilità delle rotte energetiche e commerciali». Una fragilità che, in Italia, si traduce in una crescita rivista al ribasso (da +0,7% a +0,4%) e in un’inflazione che, sfiorando il 3%, erode il potere d’acquisto delle famiglie, già provate da una domanda interna debole.

L’effetto Hormuz e il ricatto energetico che paralizza i mercati

La posta in gioco, nelle parole di Larry Fink, fondatore e amministratore delegato di BlackRock, è di una portata tale da disegnare scenari opposti e ugualmente estremi: «Posso immaginare un futuro, tra un anno, con il petrolio a 40 dollari al barile, oppure uno sopra i 150 dollari – ha spiegato durante una sua visita in Italia –. Abbiamo due esiti molto estremi. Quello dei 40 dollari è un esito di abbondanza e crescita; l’altro è il risultato di una recessione probabilmente profonda e ripida». Il fondatore della maggiore società di gestione del risparmio al mondo evidenzia come l’incognita principale sia rappresentata dalla capacità dell’Iran di rientrare (o meno) nel consesso internazionale, condizionando così il flusso di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz, un’arteria vitale da cui dipende circa un quinto del rifornimento globale di petrolio.

Mentre Washington e Teheran si confrontano sul futuro geopolitico della regione, le ripercussioni si manifestano già nei dati macroeconomici. Per l’Italia, la situazione è resa più complessa da una doppia esposizione: da un lato, l’elevata incidenza di petrolio e gas nel consumo energetico primario rende il Paese particolarmente sensibile ai rincari internazionali; dall’altro, la debolezza del ciclo economico attuale lascia le imprese con meno spazio per trasferire i maggiori costi energetici sui prezzi finali, comprimendo i margini di profitto anziché alimentare ulteriormente l’inflazione. Una dinamica che, se da un lato limita la fiammata dei prezzi al consumo, dall’altro rischia di asfissiare la già flebile ripresa industriale.

L’Europa e il cortocircuito dell’alleanza: tra dazi e aperture a Teheran

La tensione si fa sentire anche sulle catene di approvvigionamento globali, già messe a dura prova dalle minacce di dazi ripetute dal presidente americano. In questo contesto, l’Europa cerca faticosamente di ritagliarsi uno spazio di manovra. Con il mercato russo quasi del tutto azzerato, e quello mediorientale bloccato dalla guerra, alcuni Stati europei, tra cui Francia e Italia, hanno avviato contatti esplorativi con l’Iran per tentare di garantire il passaggio sicuro delle proprie navi mercantili, nella speranza di riaprire un canale vitale per l’approvvigionamento energetico. Un movimento, questo, che svela l’imbarazzo di un’Europa alle prese con un’amministrazione americana che, sotto la guida di Trump, sembra seguire logiche di *America First* sempre più assertive.

Le contraddizioni emergono con chiarezza quando si osserva la volatilità dei mercati finanziari: le incertezze geopolitiche si sommano alla fragilità di un sistema economico che, nel 2026, vede frenare la crescita globale proprio mentre le tensioni commerciali con gli Stati Uniti si riaccendono. A rendere tutto più amaro, per l’Europa, è la consapevolezza di assistere a un cortocircuito nell’alleanza atlantica: più si avvita la crisi di Hormuz, con i suoi pozzi di petrolio in fiamme e le rotte marittime minate, più si allontana la prospettiva di una transizione energetica ordinata, lasciando spazio al nudo ricatto delle risorse.

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