L’aggressione all’Iran e il labile confine della guerra giusta tra dottrina e realpolitik
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’escalation in Medio Oriente, materializzatasi con l’operazione denominata “Epic Fury” voluta dall’amministrazione Trump, riapre un dibattito filosofico-giuridico che pareva sopito, ovvero quello sulla cosiddetta “guerra giusta”. Se da un lato la Casa Bianca, attraverso la voce del Segretario di Stato Marco Rubio e dello stesso presidente, giustifica l’offensiva come risposta a una minaccia imminente rappresentata dal programma nucleare e missilistico di Teheran, dall’altro emergono crepe profonde nella narrazione ufficiale, crepe che chiamano in causa il diritto internazionale e il ruolo degli alleati storici, Italia compresa. Il professor Francesco Salerno, già ordinario di diritto internazionale all’Università di Ferrara, non usa mezzi termini nel definire l’operazione un atto di aggressione, sottolineando come la concessione delle basi e del sorvolo da parte del nostro Paese configuri una vera e propria complicità con gli Stati Uniti. Una posizione, la sua, che costringe a riflettere sulla distanza che intercorre tra la teoria, che da Sant’Agostino a Michael Walzer ha codificato i principi del jus ad bellum, e la prassi di un conflitto che appare sempre più asimmetrico e privo di regole certe.
Dalla legittima difesa preventiva all’affondamento nello Sri Lanka
La dottrina della “guerra giusta”, declinata in chiave moderna, richiederebbe come presupposto fondamentale l’imminenza di una minaccia. In questo senso, l’amministrazione Biden prima e quella Trump poi avevano più volte sottolineato come l’Iran fosse ormai prossimo all’ottenimento dell’arma atomica: fu Tony Blinken, a luglio del 2024, a parlare di Teheran a “un soffio” dalla svolta nucleare. Eppure, la realtà operativa sul campo sta mostrando un conflitto dai contorni talmente fluidi da sfuggire a qualsiasi inquadramento tradizionale. Il fatto che nelle prime settimane di campagna militare lo stesso presidente Trump abbia fornito almeno quattro diverse versioni circa l’obiettivo strategico finale è indice di una gestione quanto meno farraginosa, se non della difficoltà oggettiva di governare macchine belliche complesse. Lo scenario, poi, si è ulteriormente dilatato con azioni che poco hanno a che fare con la difesa preventiva: l’affondamento di una nave da guerra iraniana, la IRIS Dena, avvenuto a migliaia di chilometri di distanza, al largo delle coste dello Sri Lanka, senza che all’equipaggio venisse prestato alcun soccorso, rappresenta un salto di qualità in termini di escalation. Quell’azione, rivendicata dal Pentagono, dimostra come il teatro di guerra non sia più circoscritto al Golfo Persico ma si estenda a dimensioni globali, colpendo obiettivi in acque internazionali e ridefinendo di fatto i confini del conflitto.
Il paradosso della resa e il capitale politico speso da Trump
Se la macchina da guerra americana sembra inarrestabile sul piano militare, sul versante politico la situazione si presenta più intricata. Donald Trump, forte della sua rielezione, ha scelto un approccio radicale, arrivando a chiedere pubblicamente la “resa incondizioniale” dell’Iran e ipotizzando persino di partecipare alla scelta del nuovo leader supremo. Una posizione che, se da un lato compatta la sua base elettorale più bellicista, dall’altro lo espone a un rischio politico non indifferente. Il paragone con la situazione di Vladimir Putin in Russia, seppur in contesti diametralmente opposti per natura del regime, è calzante: un leader democratico deve rispondere al suo elettorato del capitale speso in vite umane e risorse. Pete Hegseth, Segretario della Guerra, ha già iniziato a lamentare una narrazione mediatica che, a suo dire, enfatizzerebbe le perdite americane per “far fare brutta figura al presidente”, un segnale inequivocabile della crescente sensibilità dell’opinione pubblica interna al costo umano di “Epic Fury”. L’aver evitato di formalizzare ufficialmente lo stato di guerra, nonostante i toni bellicosi e le azioni condotte, suggerisce la volontà di mantenere una certa libertà d’azione, salvo poi doverne pagare lo scotto in termini di credibilità internazionale.
Il nodo irrisolto della complicità europea
In questo quadro di frammentazione degli equilibri globali, l’Europa e l’Italia si trovano a dover fare i conti con le proprie responsabilità. La concessione dell’uso delle basi e dello spazio aereo per le operazioni contro l’Iran, come denunciato dal professor Salerno, non è un atto burocratico neutrale ma un’assunzione di responsabilità politica che espone Roma a possibili contestazioni in sede giuridica internazionale. La dottrina Walzer, che pure ammette eccezioni al principio di non intervento, non può giustificare un’adesione acritica a operazioni belliche i cui confini e obiettivi appaiono quanto mai mutevoli. L’attacco a una nave all’ancora, distante dal teatro principale, è la prova provata che ci si trova di fronte a uno scenario bellico nuovo, in cui le vecchie categorie di “difesa” e “rappresaglia” si mescolano fino a confondersi, e in cui la neutralità, per i paesi alleati, diviene una posizione sempre più difficile da sostenere e da giustificare di fronte ai propri cittadini e alla comunità internazionale.




