Campari brinda ai conti 2025: utili in crescita, debito in calo e dividendo più ricco
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Redazione Economia
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C’è un’aria di ritrovata fiducia attorno al gruppo Campari, e i numeri del bilancio 2025, pubblicati in questi giorni, ne offrono la conferma più tangibile. Il consiglio di amministrazione, riunitosi per esaminare i risultati dell’esercizio appena concluso, ha potuto certificare una performance che, pur in un contesto di mercato definito “sfidante” dall’amministratore delegato Simon Hunt, si distingue per solidità e crescita organica. Le vendite nette si sono attestate a 3,05 miliardi di euro, segnando un incremento organico del 2,4%, un dato che gli analisti di Visible Alpha non si aspettavano così robusto e che diventa ancora più significativo se si considera l’impatto negativo dei cambi valutari, pari a tre punti percentuali, e le conseguenze di eventi straordinari come gli uragani in Giamaica che hanno gravato per circa 21 milioni di euro nell’ultima parte dell’anno.
Al di là del dato top-line, ciò che ha maggiormente colpito gli osservatori è la qualità della crescita, dimostrata dall’espansione dei margini e da un rafforzamento patrimoniale che ha dell’eccezionale. L’Ebitda rettificato è salito a 784 milioni di euro, con un balzo organico del 7,6% e un margine sulle vendite che ha raggiunto il 25,7%, mentre l’utile operativo rettificato si è attestato a 637 milioni, in aumento del 5,4%. Anche l’utile netto di gruppo, seppur con dinamiche diverse tra valore rettificato e non, ha mostrato una progressione importante: quello rettificato, che inra la performance industriale, è cresciuto del 2,7% toccando i 386 milioni di euro. A guidare questa corsa sono stati i marchi simbolo del portafoglio, con gli aperitivi — Aperol e Campari in testa — e la tequila Espolòn che hanno continuato a guadagnare quote di mercato in quasi tutte le geografie, dimostrando la forza di un modello di business ben diversificato.
Una leva finanziaria ridotta con un anno di anticipo
Il vero fiore all’occhiello del bilancio 2025, tuttavia, risiede nella gestione finanziaria e nella capacità di generare cassa. Il free cash flow ricorrente si è rivelato poderoso, toccando i 571 milioni di euro, una cifra che ha permesso al gruppo di accelerare in modo deciso il processo di riduzione dell’indebitamento. L’indebitamento finanziario netto è sceso a 1,95 miliardi, in miglioramento di 419 milioni rispetto al 31 dicembre 2024, un traguardo reso possibile anche dalle plusvalenze ottenute con le dismissioni di alcuni asset, tra cui il marchio Cinzano e una partecipazione in Tannico, che hanno contribuito a fare cassa senza intaccare il core business. Il risultato più eclatante è il rapporto tra indebitamento netto e Ebitda, sceso a 2,5 volte: un obiettivo che la società aveva pianificato di raggiungere entro la fine del 2026 e che invece è stato centrato con un anno di anticipo, grazie alla rapida discesa dal picco di 3,6 volte toccato nel settembre 2024 dopo l’acquisizione di Courvoisier. Questa ritrovata solidità patrimoniale ha aperto la strada a una politica dei dividendi più generosa, con il consiglio che ha proposto all’assemblea degli azionisti un dividendo di 0,10 euro per azione, in rialzo del 54% rispetto ai 0,065 euro dell’anno precedente, corrispondente a un payout ratio del 35%.
Il ricambio generazionale al vertice e le nuove nomine
Parallelamente ai conti, il gruppo ha ufficializzato un significativo rinnovamento ai piani alti, completando quel percorso di transizione manageriale avviato nei mesi precedenti. Con effetto immediato, Alessandra Garavoglia, Robert Kunze-Concewitz e Paolo Marchesini hanno rassegnato le dimissioni dal consiglio di amministrazione. Per il primo, Kunze-Concewitz, si tratta dell’uscita di scena definitiva dopo una lunga era alla guida della società, mentre le dimissioni di Alessandra Garavoglia e l’ingresso di nuove figure segnano l’inizio di un passaggio generazionale all’interno di Lagfin, la holding che detiene il controllo del gruppo. Al loro posto, l’assemblea è chiamata a nominare quattro nuovi consiglieri: Francesco Mele, attuale Group Chief Financial Officer, che assumerà la carica di consigliere esecutivo; Alessandro Garavoglia, chiamato a ricoprire il ruolo di vicepresidente non esecutivo; Jacopo Forloni e Chiara Lazzarini, entrambi come non esecutivi. Contestualmente, Jean-Marie Laborde, già vicepresidente non esecutivo, è stato proposto per diventare amministratore esecutivo e vicepresidente, in un disegno complessivo che mira a garantire continuità e stabilità, assicurando al contempo un ricambio generazionale nella compagine azionaria di controllo.
Prospettive per il 2026 tra investimenti e dazi
Guardando al nuovo esercizio, la musica potrebbe non cambiare, nonostante all'orizzonte si profilino alcune nubi, prima fra tutte l'impatto dei dazi statunitensi che per il 2026 il gruppo stima in circa 30 milioni di euro. La guidance fornita dal management, pur cauta, lascia trasparire ottimismo: ci si aspetta una prosecuzione del ritmo di crescita organica dei ricavi e un ulteriore, seppur lieve, miglioramento della redditività operativa, con un contributo maggiore atteso nella seconda metà dell'anno. La strategia rimane focalizzata sul rafforzamento dei marchi, come dimostra il piano di investimenti pubblicitari che continuerà a salire, e sul mantenimento di una ferrea disciplina dei costi, un programma che dovrebbe portare un miglioramento di circa 70 punti base nel 2026 e fino a 200 punti base entro il 2027. Le cessioni di marchi non strategici, come Cinzano e Averna, continueranno a rappresentare un vento contrario in termini di perimetro, ma l’azienda, forte della rinnovata flessibilità finanziaria, sembra intenzionata a privilegiare la riduzione del debito e la remunerazione degli azionisti rispetto a nuove acquisizioni, concentrandosi invece su una crescita per linee interne e su una sempre più capillare espansione geografica.




