Mps avvia l’integrazione totale con Mediobanca, delisting e nuovo polo nel segno delle sinergie
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena, riunitosi nella serata del 17 febbraio sotto la presidenza di Nicola Maione, ha deliberato all’unanimità il percorso che porterà alla piena integrazione con Mediobanca, sancendo di fatto il delisting della storica banca d’affari milanese da Piazza Affari -5. La decisione, anticipata nelle settimane scorse e ora formalizzata, arriva a valle dell’OPAS lanciata nel gennaio 2025 che aveva permesso all’istituto senese di accumulare oltre l’86% del capitale di Piazzetta Cuccia, una soglia che rendeva ormai poco praticabile, oltre che poco logica sul piano industriale, il mantenimento della doppia quotazione -4. L’operazione, che ridefinisce gli equilibri del panorama creditizio italiano, prevede la creazione di una newco non quotata, interamente controllata da Rocca Salimbeni e destinata a conservare la denominazione “Mediobanca”, all’interno della quale confluiranno le attività di Corporate & investment banking e il private banking di fascia alta, oltre alla partecipazione strategica del 13,2% detenuta in Assicurazioni Generali -7.
Il nuovo perimetro e la valorizzazione dei marchi
La struttura che sta prendendo forma, e che verrà dettagliata nel piano industriale che l’amministratore delegato Luigi Lovaglio presenterà il 27 febbraio, mira a preservare il patrimonio di competenze e l’identità distintiva dei due brand, integrandone però le rispettive vocazioni. Da un lato, il Monte dei Paschi porterà nel gruppo la sua solida rete retail e la rinnovata redditività, confermata dai risultati preliminari diffusi il 10 febbraio che delineano un istituto stabilmente tornato a utili strutturali e sostenuti dalla qualità del lavoro quotidiano nelle filiali e nelle reti commerciali. Dall’altro, la nuova entità dedicata conserverà l’expertise unica di Mediobanca nei servizi consulenziali a imprese e grandi patrimoni, un “brand di altissimo valore” secondo la nota diffusa dalla banca, la cui autonomia operativa in quei segmenti è considerata essenziale per non disperdere un know-how costruito in ottant’anni di storia.
L’obiettivo dichiarato dal management è quello di massimizzare le sinergie industriali, stimate in circa 700 milioni di euro tra maggiori ricavi e risparmi di costo, una cifra che lo stesso Lovaglio ha recentemente suggerito poter essere rivista al rialzo grazie al lavoro svolto nei cantieri dell’integrazione -1. Gli analisti di Equita, pur in un contesto di attesa per i dettagli, hanno sottolineato come l’operazione possa rafforzare in modo significativo la struttura patrimoniale del gruppo combinato, con un Cet1 che potrebbe superare ampiamente il 16,5%, e avvicinare l’utile netto rettificato a quota 3 miliardi entro il 2028, una volta che l’integrazione sarà a regime -1.
I nodi finanziari e le reazioni del mercato
Se la direzione strategica appare ormai tracciata, restano da definire alcuni passaggi tecnici cruciali, a partire dalle modalità con cui Mps acquisirà il restante 14% del flottante di Mediobanca non ancora in suo possesso, un’operazione che, secondo alcune stime, potrebbe richiedere un esborso compreso tra i 2,2 e i 2,5 miliardi di euro. La banca non ha infatti raggiunto la soglia di legge che consente il delisting forzoso senza obbligo di offerta pubblica di acquisto, e questo lascia aperte diverse opzioni, incluso il lancio di un’OPA residuale che dovrà stabilire un prezzo congruo per gli azionisti di minoranza, tra i quali figurano investitori come Francesco Gaetano Caltagirone, che in passato avevano espresso riserve sull’integrazione totale. Nonostante queste incertezze, la Borsa ha accolto con favore la mossa: il Titolo Mediobanca, nella seduta successiva all’annuncio, ha registrato un balzo di oltre il 7%, premiata dalla riduzione dell’incertezza e dalla prospettiva di un premio sul flottante residuo, mentre Mps ha guadagnato terreno in scia alla chiarezza operativa emersa dal consiglio.
Il nodo della partecipazione in Generali, che verrà mantenuta all’interno della newco, aggiunge un ulteriore livello di complessità e di valore potenziale all’operazione. Controllare quel 13,2% significa per il gruppo guidato da Lovaglio diventare il primo azionista del Leone di Trieste, un’assicurazione che capitalizza oltre 55 miliardi e che nei prossimi anni distribuirà dividendi cumulati per circa 7 miliardi -5. Questa posizione, secondo alcuni osservatori, rappresenta non solo un asset finanziario di primo piano, ma anche una leva strategica per future evoluzioni nel settore del risparmio gestito e della bancassicurazione, sebbene al momento l’attenzione rimanga concentrata sulla riuscita dell’integrazione e sulla capacità di generare valore senza disperdere i talenti e le relazioni commerciali che storicamente hanno contraddistinto Mediobanca, un rischio concreto in operazioni di questa portata quando si interviene su segmenti come il private banking, dove il rapporto con il cliente è spesso legato alla fiducia nelle persone più che nell’istituto -5.
L’attesa per il piano industriale del 27 febbraio
Tutti i riflettori sono ora puntati sulla giornata del 27 febbraio, quando Lovaglio salirà sul palco per illustrare analisti e investitori il piano strategico del nuovo gruppo, un appuntamento che si preannuncia cruciale per sciogliere le ultime riserve e dare sostanza ai numeri finora solo annunciati. Il mercato si aspetta di conoscere nel dettaglio la tempistica dell’integrazione, la distribuzione precisa delle sinergie tra le varie aree di business e, non ultimo, la politica dei dividendi per i prossimi esercizi, un tema particolarmente sentito dopo che i conti del 2025 hanno mostrato una capacità di remunerazione per gli azionisti salita a oltre 2,6 miliardi, più che triplicata rispetto all’anno precedente.
Parallelamente, le organizzazioni sindacali hanno già iniziato a tastare il polso alla controparte aziendale, chiedendo che il piano non sia soltanto un documento per la finanza, ma anche un’occasione per consolidare l’occupazione e redistribuire il valore generato, attraverso il rafforzamento della contrattazione di secondo livello e la tutela delle condizioni normative e salariali dei lavoratori, un aspetto che, se trascurato, potrebbe minare la coesione interna proprio nella delicata fase di integrazione tra due realtà con culture aziendali in parte diverse -2. In questo quadro, la decisione di mantenere in vita il marchio Mediobanca e di affidargli un perimetro ben definito e di alta specializzazione sembra voler rispondere proprio all’esigenza di preservare l’identità e le specificità, riducendo al minimo gli attriti culturali e operativi. La scommessa, ora, è tutta nella capacità di esecuzione: trasformare un’operazione di carta, per quanto ben congegnata, in un motore di crescita concreta e duratura per il quarto gruppo bancario italiano che sta nascendo.




