Gaza, respirare è un crimine ma la voce di Mariam resiste

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A Gaza il tempo, ormai, ha smarrito ogni suo significato convenzionale, trasformandosi in un’unità di misura del dolore, scandita non più dall’alternarsi del giorno e della notte ma dal rombo sordo degli aerei e dal boato degli esplosivi. L’aria, che tutti condividiamo, lì è satura di polvere e di morte, un fumo acre che appesta i polmoni e offusca la vista, rendendo l’atto stesso di respirare – il più elementare e involontario dei bisogni umani – una sfida quotidiana, un crimine inconsapevole contro un assedio invisibile ma tangibile. In questo scenario apocalittico, dove informare è divenuto un reato e documentare la realtà può costare la vita, la voce di chi, come Mariam, prova ancora a testimoniare, risuona con una potenza che trafigge il muro di censura eretto da Israele e dai suoi alleati.

I giornalisti, i fotografi, coloro i quali tentano di fissare l’orrore attraverso un obiettivo o una telecamera, sono considerati nemici da eliminare, testimoni scomodi di una verità che deve essere soffocata. In un conflitto dove tutto viene giustificato in nome della sicurezza, persino lanciare missili su un ospedale civile, gremito di famiglie, di bambini e, per tragica ironia, di alcuni cronisti, viene spacciato per un’azione dovuta. È accaduto al Nasser Hospital, definito dal ministro degli esteri israeliano, Israel Katz, il luogo dove “si aprirono le porte dell’inferno”, divenuto il simbolo di questa tragedia: un faro macabro, l’unico punto di riferimento dove, alla fine di ogni giornata, si fa un bilancio provvisorio degli attacchi e si contano i corpi da curare o da seppellire.

Prosegue, inesorabile, quello che viene definito il genocidio israelo-statunitense, giunto ormai al suo seicentonovantatreesimo giorno, con un bilancio di vittime che non conosce tregua. Dopo la fine unilaterale del cessate il fuoco, le forze di occupazione israeliane hanno intensificato la loro offensiva sulla Striscia di Gaza, sostenute – come riportano le agenzie – da un appoggio politico, economico e militare proveniente dagli Stati Uniti, dall’Europa e da alcune frange del mondo arabo. Decine di incursioni aeree e bombardamenti di artiglieria si sono abbattuti sull’intero territorio, colpendo senza distinzione abitazioni, tende di sfollati e centri di distribuzione degli aiuti umanitari.

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