La lettera-testamento di Mariam Abu Dagga, giornalista uccisa nel raid israeliano su Gaza
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Redazione Esteri
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«Figlio mio, tutto ciò che ho fatto era per te. Sii felice e brillante». Con queste parole, che risuonano come un commiato straziante e al tempo stesso un testamento d’amore, la giornalista palestinese Mariam Abu Dagga si rivolgeva al figlio Ghaith in una lettera scritta mentre la guerra infuriava. «Ghaith, cuore e anima di tua madre, ti chiedo di non piangere per me, ma di pregare per me, così che io possa restare serena», proseguiva il messaggio, divenuto l’estremo saluto di una professionista consapevole dei rischi che correva ogni giorno nel riferire da un territorio devastato dai bombardamenti e stretto nella morsa della fame.
La sua voce, assieme a quella di altri quattro colleghi, è stata spenta per sempre durante un raid aereo israeliano che ha colpito l’ospedale Nasser a Khan Younis, nel sud di Gaza, causando diciannove vittime. Tra di loro, oltre alla Abu Dagga, anche un fotografo della Reuters e un reporter della Nbc, in quello che è stato immediatamente denunciato come «un nuovo terribile massacro contro la stampa palestinese». L’episodio si inserisce in un contesto bellico che, stando alle dichiarazioni di Hamas, avrebbe già provocato la morte per inedia di duecentottantanove palestinesi, di cui centoquindici bambini.
L’operazione militare, che le forze di difesa israeliane (Idf) hanno avviato alla periferia di Gaza City prefigurando «una grande offensiva per conquistare l’intera città», è stata autorizzata giovedì scorso dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Quest’ultimo, parallelamente, ha dato il via libera alla ripresa dei negoziati con Hamas per la liberazione degli ostaggi, dipanando una strategia che combina la pressione militare con le trattative diplomatiche. Una mossa che, però, solleva interrogativi gravissimi sulle sorti di una popolazione stremata.




