Raid di droni su un asilo in Sudan, strage di bambini nel Kordofan
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Un bombardamento condotto con droni, giovedì, ha trasformato un asilo nido nella città sudanese di Kalogi, nel Kordofan meridionale, in un luogo di morte, uccidendo almeno cinquanta persone di cui trentatré bambini, come riportato dalla Bbc. La dinamica dell’attacco, che secondo la ricostruzione della Rete dei medici sudanesi ha colpito inizialmente la struttura per l’infanzia per poi abbattersi su aree limitrofe e edifici civili, ha di fatto paralizzato le prime operazioni di soccorso, complicando un quadro già reso drammatico dalla portata della carneficina. Le accuse, formulate senza ambiguità sia dalla stessa rete di medici che dall’esercito sudanese, puntano il dito contro le Forze di supporto rapido, il gruppo paramilitare che da oltre due anni conduce una guerra totale contro le forze armate regolari, in un conflitto che ha ridotto il Paese a un campo di battaglia e svuotato intere città dei loro abitanti.
La geografia di una guerra senza confini
L’episodio di Kalogi, oltre a segnare una delle pagine più nere di questa lunga guerra civile, disegna con chiarezza la geografia mobile e spietata del conflitto, il quale, dopo aver insanguinato la capitale Khartoum e la regione del Darfur, si è ormai esteso con ferocia nelle regioni centrali del Sudan. Il Kordofan meridionale, teatro di scontri intermittenti fin dalle prime fasi dello scontro, è diventato un crocevia strategico, conteso per le sue vie di comunicazione e per il controllo del territorio, obiettivi militari che spesso si traducono in bombardamenti indiscriminati sulle aree popolate. L’utilizzo dei droni, divenuti uno strumento di offesa comune per entrambe le fazioni, ha annullato quelle che un tempo erano considerate linee del fronte, portando la violenza direttamente dentro i cortili delle case e, come in questo caso atroce, dentro le aule dove i bambini giocavano.
La parola alle organizzazioni e il silenzio dei responsabili
La Rete dei medici sudanesi, organizzazione che da mesi documenta con meticolosità le violazioni del diritto internazionale umanitario, ha fornito un quadro dettagliato della sequenza degli eventi, descrivendo un attacco multiplo e coordinato che, dopo aver demolito l’asilo, ha preso di mira altre zone della città, incluso un presidio sanitario. Una metodologia, questa, che ha l’effetto immediato di seminare il terrore tra la popolazione civile e di ritardare in modo decisivo l’arrivo degli aiuti, lasciando i feriti senza assistenza per ore. Dall’altra parte, le Forze di supporto rapido non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche riguardo all’accaduto, mantenendo quel muro di opacità che spesso avvolge le loro operazioni militari, mentre la comunità internazionale, distratta da altre crisi globali, continua a guardare da lontano.
Il peso insostenibile dei civili nel conflitto
Questo raid, per la sua natura e per il profilo delle vittime, si inserisce in una lunga e tragica serie di offensive che hanno visto i civili pagare il prezzo più alto in un conflitto divenuto sempre più una guerra per le risorse e il potere. I bambini, che rappresentano la metà dei morti nell’attacco di Kalogi, sono i soggetti più vulnerabili in uno scenario dove scuole e ospedali hanno perso da tempo la loro protezione simbolica e materiale, diventando anzi obiettivi tattici in una strategia della tensione che mira a sfibrare il tessuto sociale avversario. L’assenza di un percorso politico credibile e l’impasse nei negoziati, incoraggiati con scarso successo da attori regionali, lasciano presagire che episodi di questa gravità non saranno isolati, mentre il Paese sprofonda in una crisi umanitaria di proporzioni colossali, con milioni di sfollati e un sistema sanitario al collasso.




