Albania, la protesta contro il mega resort del genero di Trump finisce nel mirino della procura
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Non si placano a Tirana le acque agitate dalla furia popolare, quella stessa che lunedì ha riversato migliaia di cittadini albanesi nelle strade della capitale per opporsi a un progetto immobiliare di lusso che, legato a doppio filo al genero del presidente americano Donald Trump, Jared Kushner, rischia di stravolgere l'ecosistema costiero protetto di Vjosa-Narta.
I manifestanti, sventolando le bandiere nazionali e scandendo a gran voce il claim "la patria non è in vendita", hanno chiesto a gran voce le dimissioni del primo ministro Edi Rama, accusato di aprire le porte della sovranità nazionale a interessi miliardari che poco hanno a che fare con la tutela del territorio.
La contestazione, nata ufficialmente dopo che le ruspe hanno iniziato ad abbattere una pineta secolare a Zvërnec per far spazio a nuove vie d’accesso e aree cantierabili, è rapidamente degenerata negli scorsi giorni in scontri diretti con le guardie di sicurezza private incaricate di sorvegliare il perimetro recintato da filo spinato, un episodio di violenza culminato con l’immagine di un attivista trascinato via con la forza.
Le indagini della procura anticorruzione (Spak)
A fare da contraltare alla rabbia della piazza è però l’intervento, netto e chirurgico, della procura speciale anticorruzione albanese, meglio nota come Spak, che ha deciso di aprire un fascicolo proprio sulle presunte irregolarità che ruotano attorno alla maxi-operazione voluta da Kushner e da sua moglie Ivanka Trump.
La Procura, istituzione nata nel 2019 con il sostegno determinante degli Stati Uniti e dell’Unione Europea e oggi ritenuta l'organo più credibile del Paese, sta vagliando in particolare le modifiche legislative approvate nel 2024, quelle stesse che hanno di fatto ridisegnato lo status di protezione dell’area umida e della vicina isola disabitata di Sazan, trasformandole da paradiso naturale per fenicotteri, foche monache e tartarughe marine in una sorta di area edificabile pronta a ospitare un mega complesso alberghiero.
Se da un lato i vertici dell’azienda Affinity Partners tacciono, limitandosi a rivendicare i benefici economici (un aumento del Pil dal 3 al 4 per cento e oltre diecimila posti di lavoro), dall’altro il premier Rama ha tentato una goffa retromarcia in parlamento, negando che il resort sorgerà nella riserva integrale pur ammettendo che lo studio ambientale non è mai stato completato.
Scontri e sospensioni: la gestione dell’ordine pubblico
La scintilla che ha fatto esplodere il malcontento, trasformandolo in una vera e propria resa dei conti con le istituzioni, è stata l’istituzione di quelle barriere fisiche che hanno letteralmente sbarrato l’accesso alla spiaggia a residenti e turisti, un atto di forza che ha spinto le associazioni ambientaliste e i cittadini comuni a darsi appuntamento davanti al cantiere nel fine settimana.
Durante quella che doveva essere una manifestazione pacifica, alcuni attivisti hanno tentato di abbattere le recinzioni, trovandosi di fronte la reazione sproporzionata delle guardie giurate, un'azione finita nel mirino delle telecamere che hanno immortalato un uomo mentre veniva brutalmente strattonato lungo un dirupo.
Di fronte a queste immagini, le autorità locali hanno dovuto prendere le distanze dagli eccessi: le licenze a due distinte società di vigilanza privata sono state immediatamente revocate, un dipendente è finito in manette per abuso di funzioni, mentre il capo della polizia locale, reo di aver mal gestito il fragile equilibrio della sicurezza, è stato sollevato dal suo incarico con effetto immediato.
Le ripercussioni politiche e l’affondo di Bonelli
È in questo clima di tensione, che vede la piccola nazione balcanica spaccata tra la voglia di attrarre capitali stranieri e la difesa dell’ultimo lembo di natura incontaminata, che si inserisce la voce del parlamentare italiano Angelo Bonelli, il quale ha prontamente collegato le proteste contro il magnate americano al governo di Giorgia Meloni.
Il leader di Avs, nelle sue consuete requisitorie trasversali, ha accusato Rama di aver venduto spiagge e isole a miliardari stranieri per un piatto di lenticchie politiche, utilizzando l’Albania come una sorta di avamposto per esternalizzare le politiche migratorie italiane; un’analisi, la sua, che trasforma la difesa dei fenicotteri di Valona in una nuova trincea ambientalista capace di colpire due bersagli con una sola pietra: l’alleato Rama e la premier Meloni, rea di dialogare con chi svende il proprio patrimonio nazionale.
Mentre la procura speciale prosegue senza sosta le sue verifiche sui terreni (accertando se la modifica dei vincoli paesaggistici sia avvenuta nel totale rispetto della legge), l’opposizione albanese ha già annunciato una nuova mobilitazione per il fine settimana davanti agli uffici governativi, determinata a non far cadere nel silenzio la sorte di quell’isola di Sazan, dove presto potrebbero sorgere hotel a cinque stelle al posto delle antiche rotte migratorie degli uccelli.




